BESSA II di Gino Ferzetti

 
 
 
 

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Nell’ultima serie anteguerra la BESSA già si distingueva dalle altre pieghevoli: aveva il corpo dolcemente raccordato in tutte le parti per la buona tascabilità, senza sporgenze e persino col grilletto automaticamente retrattile, con una maniglietta in cuoio, per cui non aveva bisogno della borsa pronto; vi erano parti cromate, ma era tutta in nero, ad eccezione della farfalla e di alcune parti interne.

Il telaio, già unico nel suo genere, era dotato di un sistema celere nella chiusura ma, essendo delicato, richiedeva una certa attenzione nel premere la caratteristica linguetta anteriore per lo sgancio). Nella parte interna del dorso, le due sedi erano provviste delle rispettive "ante" semicilindriche, a cerniera, per accogliere agevolmente il rullo ed il rocchetto, sia il normale tipo 120 che il vecchio tipo 620.

Era possibile ottenere 16 fotogrammi mediante una doppia finestrella rossa sul dorso e l’accessorio di un mascherino in lamina sottile d’acciaio (con il mezzoformato 4x6) da porre sul piano-focale(falsando un poco la messa a fuoco). Il mascherino automaticamente apriva la seconda finestrella rossa; di conseguenza anche il mirino poteva essere ridotto a metà formato mediante un corrispondente mascherino interno, azionabile con un bottoncino posto sopra la calotta. Sul frontale vi era il tradizionale attacco per treppiedi; l’altro attacco era sotto la base a sinistra, mentre a destra, per l’avanzamento della pellicola, vi era la farfalla, la quale rendeva un po’ difficoltoso l’inserimento del corpo nella borsa pronto a motivo di un foro mal sagomato nel fondo in cuoio.

L’obiettivo HELIAR, non ancora azzurrato, aveva l’alta luminosità di 3,5 e nella resa dava molta morbidezza.

L’otturatore era il noto COMPUR-RAPID con il 400° e disponeva del tempo di posa "T", ma mancava dell’attacco "sincro", che non era richiesto in quell’epoca. Sull’obiettivo era posto un filtro giallo, ribaltabile mediante un sostegno a cerniera.

La messa a fuoco era del tipo classico, con lo scorrimento del barilotto-obiettivo, e focheggiava sino al buon minimo di un metro. Soltanto la economica BESSA I (dopoguerra) con obiettivo SKOPAR, adottava l’irrazionale sistema a rotazione della lente anteriore, diffuso a qualche altra nota pieghevole, come la Super Ikonta 6x9(focheggiatura minima ad un metro e mezzo, unico tipo di obiettivo, il Tessar di sole quattro lenti e con accentuata trasfocazione.

Il telemetro ed il mirino erano ancora separati ed il sistema interno era ben progettato con una larga base di 5 cm, due specchi simmetrici agli estremi e regolabili in due sensi, più due prismi al centro, anch’essi regolabili. Ma sul tutto pesava una vecchia concezione che si rivelava in una sgradevole sfumatura alla coincidenza delle due immagini telemetriche. Per la taratura era necessario togliere il delicato rivestimento (costituito in carta telata) posto sulla calotta, come su tutto il corpo. Il mirino era molto chiaro, non richiedeva lenti correttive per la presbiopia, ma si presentava piccolo ed era privo di parallasse.

La nuova BESSA II

All’inizio degli anni Cinquanta, quando la Germania occidentale, come reazione alla grande sconfitta passata, si impegnò decisamente a portare la tecnologia artigianale al più alto livello storicamente raggiunto, la Casa presentò la nuova BESSA II con molte novità, adeguandola alle esigenze professionali, anche se l’insieme conservava le caratteristiche precedenti: il corpo tascabile smussato, l’originale telaio dal sistema rapido di chiusura(mediante pratica linguetta), il gruppo telemetrico posto sul lato lungo, il grilletto dello scatto con rientro automatico, il sistema della messa a fuoco con il classico scorrimento del barilotto-obiettivo, le sedi del rullo con le ante semicilindriche e la comoda maniglietta al lato del corpo.

Vennero eliminati: il sistema per i 16 fotogrammi a mezzo formato (4x6), l’attacco-treppiedi sul frontale, il tempo di posa "T" e la farfalla. Alla calotta, originariamente dotata della manopola per la focheggiatura (simile al modello anteguerra per il grafico della "profondità di campo", ma più robusta, completamente smontabile e con un triangolino di riferimento per "l’iperfocale"), venne aggiunta una seconda manopola (per l’avanzamento della pellicola) che sostituiva la farfalla del vecchio sistema. Le due ampie manopole, poste in simmetria agli estremi della calotta, ed il bordo alla base del corpo - il tutto cromato- diedero alla BESSA II l’aspetto di una eleganza esclusiva, unita alla praticità di uso.

L’apertura del dorso fu resa più celere mediante due linguette poste vicino agli estremi della maniglietta ed azionabili con lieve pressione di due dita.

Il telemetro, molto perfezionato, dotato di più prismi e lenti, fu unito al mirino, con visione unica (mirino-telemetro); mancava, però, di parallasse per le brevi distanze e presentava un piccolo oculare.

La zona telemetrica a "campo luminoso" (per la sovrapposizione della doppia immagine), pur avendo una base ridotta a 4cm, anziché a 5cm di prima, era eccezionalmente costante fra tutti gli estremi della sua superficie rotonda, sia per la coincidenza orizzontale che per l’allineamento verticale. Tale perfezione era unica in quell’epoca e solo la Leitz nel ’54,con la Leica serie "M", era riuscita ad ottenere una coincidenza costante fra gli estremi del lungo rettangolino a campo luminoso.

Nella BESSA II furono un po’ aumentate le dimensioni del corpo (dal modello anteguerra), 8mm in più di altezza e 2mm in più di spessore; anche il peso passò da 730 a 900gr.: lievi inconvenienti compensati da maggior robustezza.

I due noti obiettivi furono molto migliorati e ricalcolati per il colore, col nome di COLOR-HELIAR (conservava il tradizionale disegno a 5 lenti) e COLOR-SKOPAR (conservava il disegno a 4 lenti dello schema Tessar).

L’Heliar presentava il difetto della "curvatura di campo", costringendo a chiudere molto il diaframma per ottenere la nitidezza estesa dal centro fino ai bordi, rendendo quasi indispensabile la chiusura a 16 o a 22, quantunque mettesse sempre in evidenza una buona dose della sua caratteristica esclusiva: la plasticità.

Lo Skopar, essendo quasi esente dalla curvatura di campo, poteva usufruire di un diaframma meno chiuso, sfruttando maggiore apertura fino a 4,5, naturalmente con un effetto, anche se di poco più morbido, che rivelava sempre il tono dolce delle ottiche Voigtländer.

La luminosità di ognuno dei due obiettivi rimase a 3,5 mentre le lenti vennero azzurrate con la caratteristica tonalità celestina.

Con la seconda partita (dopo qualche anno) furono apportate altre modifiche in alcune parti:

a) La finestrella rossa fu ingrandita, posta verso l’alto e più a sinistra del dorso.

b) Nell’interno del dorso, vicino al pressore, furono applicati due micro rulletti nichelati, su unico asse: agevolavano la rotazione del rocchetto che svolge la pellicola.

c) Più tardi fu aggiunto un secondo attacco per avvitare il treppiedi all’altro lato della base (sarebbe stato più comodo al centro, come nella Super Ikonta).

Verso la metà degli anni Cinquanta - si avvicinava ormai l’apice storico della grande ripresa tecnologica - quella generazione (come tutte le altre Case Tedesche: Zeiss, Rollei, Leitz, Minox, ecc.) perfezionava gli obiettivi con un trattamento nuovo, a strato multicolore e dominante viola, migliorando ancora la resa.

All’Heliar fu attenuato il difetto della "curvatura di campo", per cui la nitidezza estesa su tutto il formato era possibile ottenerla con un diaframma più aperto, verso l’8 ed anche il 6,3, anziché il 16 o il 22 che erano necessari nella prima serie azzurrata.

L’otturatore COMPUR-RAPID fu sostituito dal nuovo SYNCRO-COMPUR che disponeva del doppio sincro (X-M) più il tempo rapido fino al 500°. In questo nuovo modello seconda serie, i lati lunghi del piano focale, dove scorrono i bordi della pellicola, anziché essere lisci, divennero rugosi, tipo "millepunti".

Delle due ante semicilindriche a cerniera, che accoglievano il rullo, fu eliminata quella di destra dove il rocchetto avvolge la pellicola; così fu reso più semplice e celere l’aggancio della coda del rullo, anche per avere eliminata la predisposizione al vecchio rocchetto 620.

Nell’ultima partita (terza serie),il sistema per la rimozione del rullo, oltre la precedente modifica nella sede di destra, subì una variazione nella sede di sinistra (dove va il rullo vergine), cioè fu eliminata anche ad essa l’anta a cerniera ed applicata la normale coppia di perni che tiene il rocchetto in asse; naturalmente, uno dei perni, quello di sopra, fu reso scorrevole e dotato di una pinna che ne favoriva la rimozione mediante l’unghia del dito ; però in oscurità era meno agevole del sistema precedente; fu anche necessario tagliare un angolino al pressore per evitare l’ostacolo della suddetta pinna.

Si poterono persino eliminare i due micro rulletti nichelati, che erano posti vicino al pressore della prima e seconda serie.

I due rullini guida pellicola furono nichelati, mentre prima erano bruniti. In definitiva, detto ultimo sistema fu una soluzione razionale.

Nella parte esterna della terza serie, sulla calotta fu applicata una slitta (fissa) per poterci inserire il mirino "Kontur", che si usava per le riprese "dal vivo" tenendo aperti entrambi gli occhi.

Nelle serie precedenti, la slitta era possibile applicarla come accessorio, inserendola manualmente tra due perni appositi e posti ai fronti della calotta stessa, con l’inconveniente di tendere a svincolarsi facilmente.

Per la slitta fissa di detta serie fu rinforzato il sostegno della calotta, con una vite nel mezzo, mentre le altre due viti di sostegno poste agli estremi, rimasero coperte dalle due manopole.

Anche la piastrina con dicitura, sulla calotta (che copriva le sedi della taratura telemetrica), dovette essere ridotta di dimensioni e fu sufficiente fermarla solo con due vitine, anziché le quattro dei modelli precedenti.

Per una riflessione su questa terza ed ultima serie, non si può dire che l’eliminazione di tutte e due le ante a cerniera abbia dato la migliore praticità al sistema di rimozione del rullo, perché nella parte sinistra, il sistema precedente (che conservava la tradizionale anta), rendeva più celere ogni operazione (sin dalla sua origine del periodo anteguerra), essendo la sede priva dei due perni estremi e della pinna: la comoda e vecchia anta a cerniera (sinistra) accoglieva molto bene il rullo-pellicola ed in oscurità permetteva di estrarre agevolmente la eventuale rimanenza vergine.

Detta seconda serie, inoltre, avendo eliminato l’anta del lato destro (sistema mantenuto nella terza serie), presentava una sede più libera (munita del normale perno alla parte inferiore, e in alto rimaneva il solito perno con la farfalletta avvolgitrice, retrattile mediante manopola. Così, il nuovo sistema consentiva un semplice e celere aggancio(ed estrazione) del rullo, senza l’ostacolo che la particolare anta dava alla rimozione del rocchetto (sia vuoto che pieno) obbligandolo ad una irrazionale posizione obliqua e scomoda richiedendo tempo e pazienza.

Infine, il preferito penultimo modello, ancor privo della slitta fissa sulla calotta, presentava un ostacolo in meno, cosicché l’apparecchio poteva essere infilato nella tasca con facile scorrimento, senza minimo intralcio.

Per tutte queste considerazioni possiamo affermare che il modello della BESSA II da prediligere - anche relativamente- è quello della penultima serie, sia per la maggiore praticità della rimozione del rullo (adeguata in ognuna delle due sedi), sia per l’assenza della slitta fissa; come pure per l’otturatore SYNCRO-COMPUR col 500° e gli obiettivi dal trattamento multicolore; proprietà, queste due ultime, mantenute nell’ultima serie.

Nelle varie fasi della produzione, anche la borsa-pronto subì alcune variazioni particolari.

Verso la fine degli anni Cinquanta come un grande avvenimento, la Casa tirò fuori l’ultimo dei capolavori per il medio formato: il nuovo APO-LANTHAR.

Descrizione dei tre obiettivi

I’Heliar, che nel passato era definito"L’obiettivo del Maestro", è caratterizzato da una plastica dolcezza incomparabile e da una finezza di dettagli con caratteristico senso d’aria, che permette forti ingrandimenti evitando duri contrasti, migliorando il soggetto, abbellendo la natura riprodotta.

Anche con i diaframmi più aperti, la zona di nitidezza decresce sempre armoniosamente verso gli altri piani, perché l’effetto è favorito da una ripartizione di luci tanto equilibrata, da mettere in evidenza tutte le forme del soggetto, fornendo loro un rilievo che dà l’impressione del corporeo, non solo nel ritratto, ma anche nelle foto di paesaggio ed in quelle di architettura rendendo ogni immagine gradevole a guardarsi senza stancare la vista, anche dopo una lunga osservazione. In più, le immagini ottenute con l’Heliar, per l’assenza dei duri contrasti, non hanno bisogno di ritocco.

Lo SKOPAR, pur avendo una lente in meno, presenta ugualmente le caratteristiche generali della produzione Voigtländer di plastica dolcezza dei contorni; non soffre di curvatura di campo; permette di usare diaframmi più aperti, ottenendo la nitidezza ugualmente estesa su tutto il formato e rivelando una correzione agli estremi, superiore all’originale Tessar al quale era stato ispirato.

L’APO-LANTHAR, l’ultima creazione per il medio formato, ha il disegno delle cinque lenti uguale all’Heliar, ma ha adottato altri vetri e nuovi calcoli. La luminosità è inferiore di un valore (4,5), ma è anche il più luminoso "apocromatico" esistente per il medio formato ad angolo normale, con qualche grado in più degli altri due obiettivi.

Il contorno anteriore all’obiettivo, che funge anche da paraluce sulla lente (più piccola e posta più in dentro a confronto dei precedenti altri due obiettivi), riporta tre segni circolari con i colori primari per indicare la perfetta correzione di messa a fuoco dell’intera gamma cromatica sullo stesso piano, quindi più nitidezza per i soggetti colorati, senza mancare d’impronta plastica.

I colori risultano brillanti per l’alto grado di contrasto, anche attraversando lo spessore dell’aria fino ai soggetti lontani.

Assolutamente assenti sono l’astigmatismo e la curvatura di campo: correzioni tali queste ultime due, che si estendono fino agli angoli estremi pur usando la piena apertura, definendo l’obiettivo "universale".

E’ un capolavoro che nessun altro fabbricante ha prodotto fino ad oggi. La classica Linhof se ne serviva come elemento essenziale per le esigenze professionali, quantunque i suoi Apo-Lanthar adottati più tardi (dalla focale 105mm fino al 300mm) fossero leggermente più morbidi di fronte a quelli precedenti (105mm)delle BESSA, dotati di maggior definizione.

Solo la Casa Voigtländer ha pensato ed ha saputo soddisfare il gusto dei fotografi più esigenti, offrendo la "folding" tascabile con la scelta di tre ottiche diverse, sempre con quella "impronta di dolcezza dove i contorni attraversano i vari piani senza confondersi".

Oggi, chi ha la fortuna di possedere una BESSA II (in buono stato), deve sentirsi fiero, perché da circa quarant’anni non si è visto altra ottica che renda l’immagine così gradevole come la rendono ognuna delle tre descritte, pur riconoscendo alla Zeiss due noti capolavori: il Sonnar ed il Planar.

Unica a rendere nelle immagini un’impronta simile a quella delle ottiche Voigtländer, "la plastica incomparabile in tutti i piani del soggetto", è stata la Leitz, con le sue eccellenti creazioni nel piccolo formato, specie con i vari Summilux.

Come si controlla la BESSA II

1) L’obiettivo deve presentare il trattamento a normale strato multicolore con una dominante violetta e non l’azzurratura (tendente al celestino)della prima serie, che dava una resa inferiore, obbligando a chiudere troppo il diaframma, fino in fondo a 22.

2) L’otturatore perfezionato è il SYNCRO-COMPUR col 500° e con il doppio sincro (X-M), mentre il precedente COMPUR-RAPID delle prime partite raggiungeva solo il 400° e disponeva di un solo attacco sincro.

3) Il telemetro deve avere la coincidenza costante della doppia immagine tra un estremo e l’altro del suo campo rotondo e luminoso; a volte, nel tele metro della BESSA può mancare tale costanza.

4) Per la solidità del telaio (complesso e delicato di fronte alla robustezza della Super Ikonta bisogna provare ad oscillare il barilotto-otturatore e vedere se ci sono troppi giochi, sia verticalmente sia orizzontalmente, anche se tutto potrà essere corretto con attento lavoro.

5) La "perpendicolarità dell’asse ottico" garantisce ai quattro angoli del formato la medesima focheggiatura(se non c’è "decentramento"); per il suo controllo basta poggiare sul bordo anteriore del corpo una pellicola piana, ritagliata nelle dimensioni 78xl14 mm e perfettamente rettangolare, per vedere se la ghiera dei tempi (zigrinata)del barilotto risulta parallela al corpo, sia sul lato lungo sia sul lato corto.

L’eventuale irregolarità è possibile correggerla agendo molto attentamente sulle leve del telaio ed anche su alcuni perni.

6) Il "decentramento" dell’ottica può essere un lieve difetto di fabbricazione, ma dovuto anche a cattivo uso; esso può raggiungere il massimo di 1,5mm dando irregolarità di nitidezza tra i due lati opposti del formato 6x9, simile all’inclinazione dell’asse-ottico, per cui, a volte, sommandosi i due difetti sullo stesso verso, l’irregolarità della nitidezza tra i due estremi del formato diventa eccessiva, pur chiudendo al massimo il diaframma. Si fa il controllo con la stessa pellicola-piana del punto 5, segnando alla esatta metà superiore un indice che dovrà corrispondere al perno che sostiene la piastra del barilotto (il bottoncino convesso e cromato) e riducendo la base a 104mm con due tacche simmetriche. A volte si può correggere il difetto, o attenuarlo, agendo su qualche leva del telaio.

7) La "svergolatura" del corpo, oltre a procurare facilmente le irregolarità descritte nei punti 5 e 6, può rendere sghembi i due lati lunghi del piano-focale. Si fa il controllo mediante una lastra di vetro dalle dimensioni 70x97mm circa, possibilmente smerigliata (a grana fine) per poterla utilizzare nei vari altri controlli. Solo poggiando la lastra sul piano-focale si potrà riscontrare il difetto dei lati sghembi. Il rimedio è facile, potendo rimettere tutto in piano solo forzando bene il corpo (aperto) con il movimento delle mani, nel senso giusto; poi si dovrà ricontrollare il decentramento e l’asse-ottico.

8) La manopola del metraggio non deve presentare giochi eccessivi, anche se tale difetto può essere corretto.

9) I due rulletti guida-pellicola devono essere perfettamente diritti; essi possono incurvarsi per disattenzione (premendoli con le dita) ed il rimedio non sempre è facile.

10) Il grado del difetto di "trasfocazione" dell’ottica (la lunghezza focale può variare col variar del diaframma: un diaframma più chiuso allunga la focale, e viceversa) va controllato alla minima distanza (circa 110 cm tra soggetto e piano focale) mediante il vetro smerigliato a grana finissima (suggerito al punto 7).

Si calcola la differenza delle due distanze dal soggetto, ossia quella ottenuta con il diaframma tutto aperto e quella ottenuta con diaframma 11, sempre osservando la nitidezza (della messa a fuoco) sul vetro smerigliato.

Come soggetto conviene servirsi di una semplice "mira" disegnata su carta da lucido, posta sul vetro di una finestra mediante nastro adesivo.

Nell’Heliar, la differenza tra le due focali, dovuta alla trasfocazione, può variare dal minimo di 1,3cm fino all’eccesso di 3,5cm (da l10cm a l13,5 cm di distanza minima dal soggetto), che è il massimo della tolleranza di fabbricazione; negli altri due obiettivi(Skopar e Apo-Lanthar), la trasfocazione riscontrata è minima e si aggira su 1 cm o poco più. Per detto difetto non c’è alcun rimedio dentro l’obiettivo, ma nel caso di una trasfocazione moderata, è ugualmente possibile ottenere una normale profondità di campo sulla foto, usando un diaframma alquanto chiuso, che non è male per il medio formato. Però, nel caso della eccessiva evidenza del difetto di trasfocazione, anche il telemetro è meno tarabile; infatti, tarando bene l’apparecchio sull’infinito, prima col vetro smerigliato e poi col telemetro, alla fine non si ottiene la corretta messa a fuoco sulla pellicola per l’uso dei vari diaframmi, a meno che non si imposti un unico diaframma, es.: l’11 o il 16.

11) Il difetto della "curvatura di campo" è evidente nell’Heliar, nello Skopar è quasi assente e nell’Apo-Lantar non si presenta affatto.

Per il controllo si usa il vetro smerigliato e, come soggetto, oltre la mira posta al centro della finestra, si aggiungono altre quattro mire agli angoli di una finestra ampia.

Avendo impostato il diaframma aperto, si mette a fuoco il centro del formato e, durante l’osservazione sui quattro angoli del vetro smerigliato, si chiude man mano il diaframma sino a vedere la nitidezza estesa su tutte e cinque le mire, sempre usando un adatto monocolo (o lente contafili) dalla gradazione intorno a +10.

Per concludere con la prova pratica (sul controllo della curvatura di campo) che va fatta su pellicola sensibile, come soggetto si sceglie la facciata di un palazzo che risulti perfettamente perpendicolare al punto di vista, usando sempre il diaframma medio o aperto.

Il migliore degli obiettivi Heliar può ottenere la nitidezza estesa su tutto il formato (6x9) chiudendo il diaframma fino ad 8 o 6,3, mentre il peggiore di essi richiede il diaframma tutto chiuso, ossia 22, specie la prima serie azzurrata. E’ da considerare che il fattore "messa a fuoco", calcolandolo sulla zona media del formato (non al centro né ai bordi), permetterà di ottenere facilmente la nitidezza estesa anche usando un diaframma più aperto.

In genere, gli Heliar trattati con lo strato multicolore a dominante violetto (ossia dopo 1a prima partita),ottengono la nitidezza tutta estesa usando il diaframma medio, intorno ad 11, sempre se gli apparecchi sono corretti nell’asse ottico e nel piano-focale.

In ultimo ricordiamo che, eseguendo la taratura della focale all’infinito (mediante il vetro smerigliato), per l’obiettivo Heliar (sempre per quel difetto della curvatura di campo) conviene scegliere la zona media del formato, non il centro.

Di solito, il centro del vetro smerigliato non deve raggiungere l’infinito, mentre il telemetro deve oltrepassare l’infinito, a meno che non venga modificata e corretta la "camma" a spirale, come sarà descritto al punto 13.

Ma per chiudere il paragrafo, torniamo a dire che qualsiasi Heliar, pur soffrendo dei due noti difetti (trasfocazione e curvatura di campo), in pratica, ha goduto sempre del miglior successo per quella virtù di abbellire la natura riprodotta sull’immagine, più degli altri obiettivi, mediante la particolare "dolcezza e finezza dei dettagli vellutati".

12) IL telemetro, per una costante tolleranza di fabbricazione, corrisponde ad una focale più corta di quella dichiarata sull’obiettivo con 105mm; ma anche i 105 dichiarati, non sono sempre esatti, perché il normale margine di tolleranza può portare la focale ad un millimetro in più o in meno; l’Apo-Lanthar si avvantaggia perché ha qualche millimetro in meno nella focale (è più corta degli altri due obiettivi). Semmai, la tolleranza del telemetro doveva essere all’inverso, ossia corrispondere ad una focale più lunga, qualche millimetro in più dei 105 dichiarati sull’obiettivo; infatti, col difetto di trasfocazione, che tende ad allungare la focale per l’uso frequente dei diaframmi piuttosto chiusi sul medio formato, il telemetro verso una focale maggiore avrebbe dato facilmente la corretta misurazione tra i due estremi della profondità di tutto il campo (110cm ed infinito); quindi, il comune difetto telemetrico di corrispondere ad una focale più corta, risulta grave (si salva un po’ l’Apo-Lanthar per quella focale appena minore), e sembra strano che una grande Casa abbia potuto commettere costantemente tale errore, o trascuratezza.

Con il controllo pratico, tale telemetro che corrisponde ad una focale diversa da quella dell’obiettivo, pur tarandolo bene all’infinito (insieme alla taratura del piano-focale mediante il vetro smerigliato), non corrisponderà alle minime distanze, per cui (nel ritratto), telemetrando sugli occhi, il piano di nitidezza cadrà verso le orecchie.

Un soddisfacente rimedio (prima di ricorrere alla radicale correzione della camma punto 13), è quello di focheggiare verso la punta del naso per ottenere nitido il piano degli occhi; se il difetto di trasfocazione è eccessivo, l’inconveniente del telemetro tenderà a peggiorare.

Certo è che, dovendo diaframmare sempre molto e richiedendo luce abbondante, finisce lo scopo di un obiettivo alquanto luminoso (per il ritratto) e tanto costoso di fronte all’obiettivo di media luminosità (6,8 o 7,7) delle vecchie pieghevoli economiche.

Perciò conviene proprio ricorrere ad un rimedio radicale, almeno per un buon Heliar che difetta poco di trasfocazione e di curvatura di campo.

13) Il rimedio radicale per il perfetto accoppiamento della focheggiatura tra telemetro e piano pellicola, lo si ottiene soltanto con la modifica alla "camma" che guida la corsa telemetrica.

Detta camma (sagomata a spirale) dovrà essere molata gradualmente, iniziando dalla parte più ampia (di maggior raggio) dove si elimina un decimo di millimetro (che può variare secondo la tolleranza sulla focale dell’obiettivo) e si attenua man mano la molatura verso la parte interna di minor raggio.

Per controllare l’efficacia dovuta alla molatura, innanzitutto si tarano bene i due estremi del metraggio mediante il vetro smerigliato (col diaframma sempre aperto), sia con la manopola all’infinito sia alla minima distanza di 110cm circa; successivamente si regola il telemetro portandolo alla perfetta coincidenza dell’infinito, insieme alla manopola del metraggio.

L’efficacia del grado di molatura la si constaterà osservando lo stato della coincidenza telemetrica alla minima distanza.

Se dopo aver eseguito la molatura alla camma, la coincidenza telemetrica conserverà in parte la tendenza alla distanza inferiore, bisognerà dare un’altra ritoccatina, sempre nella parte più ampia della camma.

Invece, se la coincidenza tenderà a portare l’apparecchio verso una distanza maggiore di quella minima stabilita (cioè più lontana dalla mira posta sul vetro della finestra), è segno che la molatura ha superato il limite e si dovrà rimediare molando all’inverso (iniziando dalla parte interna della spirale).

Il lavoro sarà completo solo se il telemetro, coincidendo bene all’infinito, coinciderà bene anche alla minima distanza, insieme al controllo sul vetro smerigliato.

Come prova finale si dovrà ricorrere al consueto sistema pratico della foto, provando su varie distanze e con vari diaframmi, perché possono presentarsi altre tolleranze: irregolare planeità della pellicola (concava o convessa), decentramento ed inclinazione dell’asse-ottico.

E’ ovvio che, una volta compiuto bene tale delicato (o complesso) lavoro, la BESSA II, come apparecchio per fotografare, potrà garantire ottimi risultati su ogni soggetto, mettendo in evidenza tutte le particolari doti dei meravigliosi obiettivi Voigtländer di quel tempo.

14) Facendo il ritratto da vicino, conviene la posizione orizzontale dell’apparecchio (che è anche la più comoda), perché il campo luminoso telemetrico per la sovrapposizione della doppia immagine, essendo fuori del centro mirino e verso l’alto, prende in pieno il viso inquadrando bene il mezzo busto, ottimo rimedio all’assenza della parallasse.

15) Per il ritratto singolo è conveniente il sistema delle 16 pose 4x6cm (che la Bessa II non dispone), anziché le costose 8 pose 6x9.

La più semplice e buona soluzione è quella di preparare prima un mascherino (44x56mm), ricavandolo da una pellicola-piana resa nera e tagliata in modo da poterla porre sotto il piano focale, tra le pieghe del soffietto, evitando così di alterare il piano di nitidezza in un apparecchio perfettamente tarato.

Per il conteggio delle 16 pose sarà facile regolarsi ad occhio tra un numero e l’altro degli 8 fotogrammi indicati sulla carta protettiva, insieme alla serie dei segni di riferimento (frecce, puntini, ecc.).

Con tale sistema si evita di alterare l’apparecchio, conservando intatta tutta la sua vergine bellezza.

Se proprio si desidera un sistema che permetta di contare regolarmente i 16 fotogrammi, si deve apportare qualche modifica sul dorso per applicare una seconda finestrella rossa verso il centro (compreso il corrispondente foro sul pressore), perché si possano leggere bene i 16 appositi numeri della carta protettiva.

Nel mirino non è necessario il secondo mascherino sul finestrino anteriore destro (che alcuni hanno applicato col sistema a scorrimento o a cerniera), perché lo stesso campo luminoso (a doppia-immagine) del telemetro, guida l’inquadratura e fa anche le veci della parallasse, almeno per il ritratto, che è l’unico soggetto col quale conviene ridurre il formato medio dall’obiettivo plastico e non incisivo.

Usando l’apparecchio in posa verticale, sempre per le riprese da vicino sul ritratto, si ha il vantaggio di rendere più chiara la percezione sulla coincidenza telemetrica, servendosi delle linee delle palpebre.

16) Un’altra operazione utile alla BESSA, specie dopo aver corretto la camma, è quella di portare la focheggiatura minima ad una distanza ancor più vicina al soggetto, possibilmente un metro, sempre dal piano-focale (non dall’obiettivo come si usava in quell’epoca).

Basta molare una parte del profilo all’interno della manopola-metraggio, adeguare la posizione della camma a spirale e regolare la cremagliera del telaio.

Così, usando il 4x6, l’immagine del ritratto, fattasi più grande, coprirà meglio il formato; però, alla minore distanza si dovrà prestare più attenzione per le eventuali aberrazioni prospettiche, quando i lineamenti del viso sono pronunciati.

17) Il mirino, perché risponda meglio alla vista normale, o a qualche grado di presbiopia senza uso di occhiali, con più chiaro controllo alla sovrapposizione della doppia-immagine, conviene corredarlo di una lente correttiva dalla gradazione di circa +0,5. La lente, portata al piccolo diametro di 5,5mm, può essere fissata sull’oculare con semplice collante; essa può essere posta anche nella parte interna dell’oculare (smontando la calotta), ma la diottria adattabile potrebbe variare un poco, in base alla posizione interna del gruppo telemetrico.

Generalmente, anche tra il lontano ed il vicino, la diottria del mirino non è assolutamente costante e, tenendo conto che il telemetro è più utile alle brevi distanze (dove è minore la profondità di campo) mentre per i lontani basta la semplice stima ad occhio, conviene controllare (con più lenti)la diottria adatta alla propria vista, solo per quel vicino ritenuto più importante.

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Quanta passione, quante idee e quanto interesse sono necessari per poter utilizzare tutte le proprietà dei grandi obiettivi Voigtländer che hanno soddisfatto gusto e sensibilità!

Altri noti apparecchi pieghevoli: la Super Ikonta, la Ensign, la Plaubel, ecc., hanno consentito esperienze diverse, ma sono stati dimenticati. Ed ancora oggi (senza nulla togliere alle valide professionali 6x7cm: Pentax, Mamiya, Fujica, Plaubel-Nikon) non si trova un mezzo fotografico di medio formato che possa soddisfare il gusto quanto la finezza della BESSA II.

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Chi è Gino Ferzetti.

Gino Ferzetti è nato a Silvi e risiede a Pescara

E' un grande "amatore fotografico" ed un attento critico.

Ogni sua parola, ogni sua frase ha un fondamento.

Ogni descrizione, così precisa ed approfondita, deriva da una personale conoscenza della tecnica fotografica, della meccanica e dell'ottica.

E' conosciuto per due libri sulla Leica dal titolo "Conoscere la Leica" ( D'Incecco Editore Pescara).

Ma la Sua esperienza è anche su Voiglander, Minox, Zeiss, Rollei, Agfa ed altro ancora.

Siamo pertanto felici di offrire ampio spazio a questo Autore che con questo secondo articolo si va ad aggiungere ad altri nomi illustri, del giornalismo fotografico, che collaborano con noi.

 

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