Premessa
Intervenire sul tema Hasselblad dopo Richard Nordin
non è una cosa semplice. Pur avendo diversi interessi e professioni
diverse, dato che Richard è un biologo canadese mentre io sono un
architetto fiorentino, abbiamo in comune qualcosa, che non è la
semplice passione per la fotografia. Oltre alla fotografia a noi
interessano in particolare gli strumenti del fotografare, le fotocamere,
la loro storia, la loro evoluzione. Si tratta di un interesse che non
viene coltivato da nessuno dei due a livello professionale, ma a livello
di un hobby, magari prezioso, esclusivo e coinvolgente, ma sempre un
hobby. Si tratta di una curiosità intellettuale, di un impegno che
appaga un nostro profondo desiderio di conoscenza, di approfondimento e
di verifica. Il fatto che alcune di queste ricerche personali si
concretizzino poi in libri o nella collaborazione a riviste
specializzate, non è assolutamente un fatto determinante. Raccogliendo,
leggendo e studiando tutto quanto è stato scritto e pubblicato su un
certo argomento può andare a finire che uno si faccia la fama di
esperto. E Richard Nordin, sotto molti punti di vista, è esattamente
questo, un esperto che ha legato il proprio nome a quello del marchio
svedese Hasselblad. Io non mi considero invece un esperto, e tanto meno
di Hasselblad, fotocamera che invidio ma che non possiedo. Non sono un
esperto perché le mie ricerche si basano su documenti già noti e
pubblicati, e perché raramente mi imbatto in notizie di prima mano o
inedite.
E poi sono un curioso a 360 gradi, mi piace saltare
da un argomento all’altro, e mi riprometto sempre di approfondire sia
l’uno che l’altro quando ne avrò il tempo e l’occasione, ma
sapendo che non arriverò mai a concludere un argomento in maniera
definitiva. Poiché sto pubblicando su Classic Camera il frutto di molte
delle mie ricerche sulle fotocamere del recente o del lontano passato,
preferisco al termine "esperto" il termine
"divulgatore". Non pretendo infatti di avere la conoscenza
perfetta di ogni argomento, ma cerco di condividere le poche o tante
conoscenze che ho con il mio ristretto pubblico, cercando nel frattempo
di accumularne di nuove. Per questo frequento le fiere del collezionismo
fotografico, per incontrare oggetti, libri e persone. Per questo
ringrazio Dante che continua ad offrirmi le opportunità di incontrare
così tante persone interessanti e senz’altro molto più
"esperte" di me.
Parlando di Hasselblad
Tre anni fa mi è capitato di scrivere una breve
storia delle reflex Hasselblad dal 1948 al 1995 per la mia rivista
Classic Camera. Già prima mi ero occupato delle Hasselblad
grandangolari con un articolo sulle SW e SWC pubblicato poi su Classic
Camera n. 18 dell’aprile del 1996. L’articolo sulle Hasselblad
reflex è invece stato pubblicato sul n. 23 della edizione italiana nel
luglio del 1997 e nel novembre successivo sul n. 4 della edizione
internazionale. All’epoca in cui scrivevo, il volume di Richard Nordin
Hasselblad Compendium non era ancora stato pubblicato. Peccato, perché
se lo fosse stato il mio lavoro di ricerca ne sarebbe stato enormemente
facilitato e probabilmente l’articolo sarebbe stato migliore. Eravamo
alla fine del 1996, o secondo il codice Hasselblad, nell’anno ET.
Adesso siamo per la cronaca nell’anno EE e l’anno prossimo, con la
fine del millennio sarà l’anno SS.
Nella conclusione del mio breve articolo scrivevo che
negli ultimi anni le Hasselblad erano profondamente cambiate rispetto al
concetto originario. Scrivevo che le Hasselblad di oggi non sono più
fotocamere universali, o per lo meno non lo sono più nel senso in cui
erano nate e si erano qualificate negli anni ’60, ’70 e ’80. Non
si tratta più, tanto per capirsi, di un sistema fotografico
inesauribile e flessibile ma costruito attorno ad un unico corpo
macchina e costituito da un certo numero di accessori, obiettivi,
magazzini e mirini, combinando i quali si riuscivano a risolvere i
problemi fotografici più diversi e le situazioni più difficili. Le
reflex Hasselblad di oggi sono invece una famiglia numerosa, costituita
da sei diversi corpi macchina, ognuno dei quali è progettato per un
tipo diverso di esigenze e di fotografia. Oltre ai sei corpi macchina
reflex vi sono la grandangolare SWC, il Flex Body o corpo flessibile, l’Arc
Body che non è un corpo fatto ad arco, ma è studiato per l’architettura
e per gli architetti, e monta una serie di obiettivi decentrabili
Rodenstock che non sono inseriti nel sistema Hasselblad reflex. A queste
fotocamere speciali si è recentemente aggiunta la 35mm panoramica XPan,
corredata con una seconda serie di obiettivi giapponesi, anche questi
incompatibili con il sistema Hasselblad reflex.
Un mondo che cambia
Non c’è dubbio che negli ultimi cinque anni il
mondo è cambiato. Ma che cosa è cambiato nel mondo della fotografia,
se con una Hasselblad di ieri e alcuni accessori si potevano affrontare
tutti i problemi fotografici mentre oggi la stessa Hasselblad propone
nove diverse soluzioni in gran parte incompatibili fra di loro? Nel 1965
vi erano in catalogo solo tre fotocamere di nome Hasselblad, la 500C, la
500EL e la SWC. La 500EL motorizzata era rarissima, la SWC era troppo
particolare per riprese generiche. Così parlando di Hasselblad si
intendeva sempre la 500C, senza bisogno di specificare troppo. Del
resto, delle tre fotocamere la 500C era senza dubbio la più originale e
la più ricca di personalità. Dopo trent’anni, nel 1994 le fotocamere
Hasselblad erano salite a cinque. Le tre fotocamere del 1965 vi erano
ancora, anche se con nomi leggermente storpiati e diversi. La super
grandangolare SWC era diventata 903 SWC senza aggiungere niente alle
proprie prestazioni, la motorizzata 500EL era diventata 553 ELX
incorporando in più solo una cellula per la lettura della luce del
flash, e la 500C si era sdoppiata nei modelli 501C, fedele all’originale,
e 500CX con cellula flash. La quinta Hasselblad con otturatore a tendina
da 1/2000 di secondo era la 205 TCC, erede sofisticata della Hasselblad
2000 FC del 1977. Per lo sfruttamento completo delle prestazioni offerte
dalla 205 TCC si richiedono però degli obiettivi, dei magazzini e dei
mirini diversi da quelli in dotazione alle altre Hasselblad. Con questo
il concetto di continuità e modularità su cui si era fondato il
sistema Hasselblad risultava essere già scardinato. Dal 1977 siamo in
effetti in presenza di due diversi sistemi Hasselblad, che convivono
entrambi con il terzo sistema, quello grandangolare della SWC. Mentre il
sistema basato sugli otturatori Compur non sembra suscettibile di
ulteriori sviluppi, il sistema basato sugli otturatori a tendina è
aperto verso le possibilità offerte dall’elettronica, ma è costretto
ad integrarsi in qualche modo nel sistema opposto, anche a costo di
costringere quest’ultimo a modificarsi.
Ma è nel corso degli ultimi cinque anni che le
contraddizioni fra i due sistemi esplodono con maggiore evidenza. La 205
TCC, punta avanzata del sistema a tendina, viene affiancata da due altri
modelli elettronici dalle prestazioni più limitate, la TTL automatica
203 FE e la cieca manuale 201 F, velocemente sostituita però dalla TTL
automatica 202 FA. La stessa 205 TCC cambia nome e diventa 205 FCC, ma
anche fra le eredi della vecchia 500C si registrano mutazioni genetiche
rapidissime. La 503 CX diventa prima 503Cxi e poi 503CW e viene
accessoriata con un winder esterno da applicare alla manopola di carica,
nello stesso modo in cui vengono motorizzate le Hasselblad della
famiglia 2000, dal modello 2000 FCW in poi. Nonostante questo la
Hasselblad 553ELX non solo non esce di produzione, ma si aggiorna con l’aggiunta
sul dorso di alcuni nuovi contatti per la registrazione digitale delle
immagini e diventa la Hasselblad 555 ELD. Questa modifica, ci
scommettiamo, verrà presto estesa anche agli altri modelli nel giro di
qualche anno o qualche mese, e la casistica degli apparecchi in catalogo
aumenterà ancora, frantumando ancora di più un sistema che una volta
era monolitico in un ventaglio di proposte che già oggi risultano non
essere neppure troppo diversificate fra di loro.
Le vite parallele
Molte delle scelta fatte dalla Hasselblad nel corso
degli ultimi venti anni non sono state del tutto libere, ma sembrano
essere state imposte da una concorrenza che nel settore del medio
formato si è fatta agguerrita quanto e forse ancora di più che nel
settore delle reflex 35mm, e da una tecnologia elettronica che ha
continuato ad avanzare in maniera impetuosa imponendo nuovi metodi di
progettazione e di costruzione delle fotocamere. Dagli anni Trenta alla
fine del millennio, la Hasselblad è stata preceduta, accompagnata e
seguita da numerose fotocamere reflex e non reflex di medio formato che
hanno adottato soluzioni talvolta simili e talvolta opposte a quelle
adottate dalla Hasselblad stessa, talvolta ponendosi a rimorchio della
casa svedese, talvolta anticipandone addirittura le mosse. Per capire le
scelte e l’evoluzione delle Hasselblad, così bene esposte da Richard
Nordin, non è forse inutile ricordare le tappe delle sue principali
anticipatrici, concorrenti e imitatrici, da Korelle e Primarflex fino a
Bronica e Mamiya, da Rollei a Pentax, da Pentacon a Fuji, fino alla
ultima nata, la Contax 645.
Un piccolo passo indietro
La tipologia reflex monoculare è nota fino dall’inizio
della storia della fotografia e trova molte applicazioni pratiche già
alla fine dell’Ottocento. Sono moltissime le monoreflex costruite a
cavallo del secolo nei complicatissimi modelli a soffietto o nei
semplicissimi modelli tipo box. Nei primi anni del nuovo secolo sono
molte le industrie inglesi e tedesche che costruiscono fotocamere
monoreflex, equipaggiandole con ottiche luminose e con otturatori a
tendina dalle prestazioni ancora oggi stupefacenti. Estremamente
complesse dal punto di vista costruttivo, le monoreflex per lastre di
grande e medio formato riescono a raggiungere dimensioni accettabili e a
diventare portatili solamente grazie alla chiusura del soffietto, al
ribaltamento dello specchio e al ripiegamento multiplo del cappuccio.
Accanto alle fotocamere per lastre di formato mezza lastra o un quarto
di lastra (11x16.5 e 8x10.5) si cominciano a costruire monoreflex per i
formati più piccoli. La Voigtlaender Bijou del 1902 utilizza lastrine
di formato 4.5x6, come la più recente Ermanox Reflex del 1926 costruita
da Heinrich Ernemann.
Specchi mobili e pellicola in rotolo
Con la diffusione a livello popolare delle pellicole
in rotolo si cominciano a costruire nel nuovo secolo le prime fotocamere
monoreflex con caricatori per il film in rullo. Per la cronaca, una
delle prime monoreflex per pellicole in rotolo è la Graflex del 1910,
che non utilizza né i rulli di tipo 120 né il formato 6x6, ma utilizza
invece i rulli di tipo 116 per il formato 6.5x11, con una superficie
più che doppia rispetto al 6x6. Forse la prima monoreflex costruita in
serie per utilizzare il film da 120 per il formato 6x6 è la Roll Paff
della società Ihagee di Dresda, messa in produzione nel 1921. La Roll
Paff, come la contemporanea Plan Paff, è una fotocamera molto semplice
del tipo box, con uno specchio di mira mobile, ma è assolutamente priva
di meccanismi di messa a fuoco. Al contrario della Plan Paff che
utilizza un portalastre per lastrine di formato 6x6 o 6.5x9, la Roll
Paff utilizza un dorso caricabile con comune film di tipo 120 e viene
equipaggiata con un obiettivo Trioplan da 90mm f/6.8. L’otturatore
permette solo l’istantanea e la posa, mentre il formato quadrato
permette l’esecuzione di dodici scatti successivi, evitando l’imbarazzo
della scelta fra l’inquadratura verticale e quella orizzontale.
Nel 1924 la società londinese Houghton presenta una
monoreflex per pellicola in rullo battezzata Ensign Roll Film Reflex. La
fotocamera, con struttura in legno e forma ancora scatolare, utilizza il
film di tipo 120 per otto immagini di formato 6x9 e viene equipaggiata
con un obiettivo Ross e con un otturatore semplice che permette solo la
posa e l’istantanea. La fotocamera viene costruita in diverse
varianti, fra le quali una è nota con il nome di Butcher Reflex Carbine,
e una è invece la versione tropicalizzata, equipaggiata con un
otturatore a tendina con velocità da 1/25s a 1/500s.
Dalle box alle fotocamere a sistema
Nel 1933 la società statunitense Folmer Graflex
Corporation di Rochester inizia la produzione delle fotocamere
monoreflex National Graflex, per pellicole in rullo tipo 120 e per dieci
negative di formato 6x7, in realtà 57x68mm. Le National Graflex hanno
una forma caratteristica ottagonale, derivante da una scatola
rettangolare con gli angoli decisamente tagliati, e vengono protette da
un grosso coperchio ribaltabile. Le National Graflex vengono
equipaggiate con otturatori a tendina con velocità da 1/30s fino a
1/500s e con obiettivi non intercambili Tessar 75mm f/3.5 costruiti da
Bausch & Lomb. Le National Graflex vengono costruite, in almeno due
diverse versioni fino al 1941. Il secondo tipo ha l’obiettivo standard
intercambiabile con un tele da 140mm f/6.3, fornito anch’esso dalla
società Bausch & Lomb. Le reflex 6x9 Houghton e Graflex permettono
solo riprese in orizzontale.
Dal rullo 127 al rullo 120
Nel corso degli anni Trenta sono molte le monoreflex
per pellicola in rullo che vengono messe in produzione, specialmente in
Germania. Nel 1932 la società Karl Arnold di Marienberg presenta una
fotocamera per pellicola di tipo 127 battezzata Karma-Flex di formato
4x4. La Karma-Flex viene costruita in due versioni, una biottica e una
monoreflex. Accanto alla monoreflex Karma-Flex 4x4 viene costruita anche
una Karma-Flex 6x6 per pellicole 120, di cui non si conosce molto. La
Karma-Flex 6x6 sembra derivare da una modifica della fotocamera 6x6
Karma-Sport, una fotocamere con mirino ottico fornita di un corpo
macchina talmente largo e massiccio da poter contenere senza sforzo uno
specchio mobile.
Le fotocamere monoreflex di medio formato dei primi
anni Trenta sono più orientate verso il film 127 che non verso il film
di tipo 120. La società Ihagee di Dresda, visto il successo ottenuto
negli anni Venti dalle sue reflex pieghevoli per i formati medio grandi
e visto il successo delle sue Nachtreflex per lastre 4.5x6 e 6.5x9,
presenta nel 1933 una monoreflex per il formato Vest Pocket 6.5x4 su
pellicole in rullo di tipo 127. La fotocamera viene battezzata Exakta ed
è destinata a segnare una tappa fondamentale nello sviluppo delle
monoreflex. La Exakta del 1933 utilizza il popolare formato Vest Pocket
molto allungato, permette inquadrature orizzontali e grazie all’otturatore
a tendina sul piano focale consente la sostituzione integrale dell’obiettivo
con innesto a vite, almeno a partire dal 1934. Nonostante il successo
commerciale delle Exakta la tipologia monoreflex per il formato Vest
Pocket non viene imitata da nessuna altra industria fotografica.
Nel 1933, ancora a Dresda, la società Kamera
Werkstaetten di Guthe & Thorsch presenta invece una fotocamera tipo
box con mirino reflex per il formato 6x9 su pellicola in rullo tipo 120.
Si tratta di una fotocamera dalle prestazioni molto modeste, con ottica
fissa da 105mm f/6.3 o f/4.5 e un otturatore del tipo a ghigliottina che
permette solo tre velocità, 25 50 e 100 oltre alla posa B.
Verso le reflex 6x6 moderne
Nel 1935 vengono presentate in Germania due
fotocamere monoreflex 6x6 molto simili, sia nella forma che nelle
prestazioni. Entrambe le fotocamere utilizzano otturatori a tendina ed
entrambe sono stilizzate in maniera simile alle Exakta VP. La prima di
queste fotocamere viene battezzata Noviflex e viene costruita dalla
società Eichapfel di Dresda. Il dorso della fotocamera è incernierato
sul fianco, la pellicola scorre in senso orizzontale da sinistra a
destra e i comandi sono sul tettuccio, ad eccezione del pulsante di
scatto costituito da una leva che si trova invece sul lato destro della
grossa scatola dello specchio sporgente dal frontale. L’otturatore a
tendina offre sei velocità da 1/20 a 1/1000 oltre alla posa B. Il
mirino è protetto dalle paretine metalliche ribaltabili e incorpora la
lente di ingrandimento per la messa a fuoco di precisione sul vetro
smerigliato. La scelta degli obiettivi è limitata alla focale di 75mm,
a scelta fra uno Schneider Xenar f/2.9 o f/3.5, oppure un Meyer Trioplan
f/2.9 o un Ludwig Victar f/3.5.
La seconda fotocamera, molto simile alla prima, ma
molto più famosa e longeva, viene costruita ancora a Dresda da Franz
Kochman e viene battezzata con il nome Reflex Korelle. Il dorso si apre
nella direzione opposta a quella della Noviflex, il trascinamento del
film avviene mediante una manovella posta sul tettuccio e sul coperchio
del cappuccio del mirino viene incernierato un mirino a traguardo
ausiliario. Il pulsante di scatto è ancora sul fianco destro della
scatola dello specchio, e l’obiettivo è intercambiabile con innesto a
vite. Per la Reflex Korelle viene fornito lo Schneider Radionar 75mm
f/2.9 ma anche lo Zeiss Tessar 80mm f/2.8. La Reflex Korelle viene
costruita in diverse versioni. La prima offre otto velocità di
otturazione da 1/10 a 1/1000 oltre alla posa B, ridotte con la
eliminazione di 1/10s e di 1/1000s . La seconda versione permette anche
le velocità lente fino a 2s e possiede il meccanismo dell’autoscatto.
La terza versione del 1938 è rifinita con cromature argentate anziché
in nero, monta un nuovo innesto a baionetta e torna ad offrire il
millesimo di secondo.
Franz Kochman deve abbandonare Dresda a causa delle
leggi razziali, e si rifugia in Inghilterra, dove nel dopoguerra viene
presentata la fotocamera Agiflex, molto simile alla Reflex Korelle. La
Reflex Korelle viene rimessa in produzione anche a Dresda nel dopoguerra
e viene commercializzata in Europa con il nome Meister Korelle e in
America con il nome Master Korelle.
Con la Noviflex e la Reflex Korelle nascono le
monoreflex 6x6 moderne, che associano ad un mirino luminoso la totale
intercambiabilità degli obiettivi e un otturatore a tendina dalle
prestazioni affidabili. Ma qualche fabbricante, come la società Goltz
& Breutmann, dimostra di preferire ancora gli otturatori centrali.
La presentazione nel 1930 di una fotocamera Mentor Reflex a lastre di
formato 6x9 ed equipaggiata con un otturatore Compur fa sensazione, e
viene seguita nel 1935 dalla presentazione della Mentorett 6x6, una
reflex per pellicola in rullo equipaggiata con un otturatore Compur
Rapid per velocità fino a 1/500s e ottiche Tessar 75mm con luminosità
a scelta fra f/4.5, f/3.8 e f/2.8. E’ anomala la contemporanea
presentazione di una biottica 6x6 firmata anch’essa Mentorett ed
equipaggiata invece con un otturatore a tendina con velocità fino a
1/600s.
Nel 1936 la società Kamera Werkstaetten di Gute
& Torsch presenta una nuova reflex 6x6 tipo box, battezzata Pilot ed
equipaggiata con un obiettivo fisso 75mm f/6.3 o f/4.5 e con un
otturatore rotante con velocità da 1/20 a 1/150 oltre alle pose T e B.
La fotocamera KW Pilot deriva da una box camera ma è stilizzata come
una biottica 6x6, con lo scorrimento verticale del film, il dorso
incernierato in basso e sagomato a L, la manovella laterale di
avanzamento del film e il cappuccio pieghevole. La Pilot 6x6 possiede
una leva per l’abbassamento dello specchio e la ricarica dell’otturatore.
Nel 1939 la fotocamera KW Pilot viene sostituita da un modello
migliorato, la KW Pilot Super, che permette la commutazione del formato
da 6x6 a 6x4.5, utilizza un mirino convertibile in mirino sportivo con
esposimetro a estinzione incorporato, ha un otturatore che arriva fino a
1/200s e permette una certa intercambiabilità degli obiettivi. Fra gli
obiettivi disponibili vi sono un 105mm f/4.5 ed un 75mm f/2.9. Nel
dopoguerra la società KW abbandonerà questa tipologia per utilizzare
invece l’esperienza della Reflex Korelle nella costruzione della
reflex 6x6 Praktisix.
Contemporaneamente alla presentazione della KW Pilot,
nel 1936, la società Curt Bentzin di Goerlitz presenta una nuova
monoreflex 6x6, la Primarflex. La carrozzeria della Primarflex è
squadrata, come quella di una box camera, ma la presenza di numerosi
bottoni sul lato destro e del grosso cappuccio pieghevole denunciano la
presenza di una fotocamera di livello superiore. Il corpo macchina è
costruito in legno e metallo ed il dorso è completamente asportabile ma
non intercambiabile. L’obiettivo invece è completamente
intercambiabile ed il corredo di obiettivi disponibili va dallo standard
Meyer Trioplan 100mm f/2.8 fino ad un tele da 400mm. L’otturatore a
tendina offre tutte le velocità comprese fra un secondo e un millesimo
di secondo, oltre alle pose B e T e la fotocamera dispone anche di un
autoscatto incorporato. Il coperchio del mirino a pozzetto incorpora un
mirino sportivo pieghevole e la completa amovibilità del dorso permette
anche l’utilizzo di lastrine per i formati 6x6 o 6x4.5. Il caricamento
dei porta rulli avviene prima del loro inserimento nella fotocamera. Un
bottone posto sul lato della fotocamera permette contemporaneamente l’avanzamento
del film, la ricarica dell’otturatore e l’abbassamento dello
specchio. Il movimento dello specchio è comunque indipendente dalla
carica dell’otturatore e può essere alzato o abbassato manualmente.
Se la Reflex Korelle prefigura in qualche modo la Praktisix, la
Primarflex prefigura in un certo senso la Hasselblad. La Primarflex,
battezzata anche Primar Reflex, viene ripresentata con alcune modifiche
anche nel dopoguerra, ancora ad opera della casa madre di Goerlitz che
nel frattempo è stata nazionalizzata.
Ma la casistica delle reflex 6x6 tedesche degli anni
Trenta non si esaurisce con la Primarflex. Nel 1938 viene presentata e
costruita una monoreflex 6x6 che si ispira nella forma come nelle
prestazioni alle Exakta Vest Pocket. La fotocamera viene messa in
produzione da Woldemar Beier a Freital, nei dintorni di Dresda, viene
battezzata Beier Flex, ed ha la stessa sagoma carenata verso il frontale
tipica delle Exakta. Il primo modello utilizza un otturatore a tendina
con velocità da 1/25s a 1/500s, il modello successivo utilizza invece
anche le velocità lente di otturazione, fino a due secondi. La
dotazione ottica della Beier Flex è costituita da uno Xenar 75mm f/2.8
completamente intercambiabile.
Ancora nel 1938 viene messa in produzione da parte
della Ihagee una nuova versione della Exakta, che non utilizza più il
formato Vest Pocket, ma il formato quadrato 6x6. L’Exakta gigante si
caratterizza per le finiture cromate, per una linea morbida con gli
angoli molto addolciti e per una inusuale leva di carica lunghissima e
incernierata sul fondello anziché sul tettuccio come di norma. L’Exakta
gigante nasce per fare concorrenza alla reflex di medio formato che
stanno conquistando il mercato, come le Korelle e le Primarflex, ed
offre sul formato maggiore prestazioni analoghe alle Exakta Vest Pocket,
come un otturatore con velocità da 12 secondi a 1/1000s, le pose B e Z
e l’autoscatto a orologeria. Purtroppo il 1938 è un anno cruciale per
i destini del mondo, e la Exakta 6x6 viene costruita in meno di
cinquemila esemplari. Equipaggiata con un obiettivo Tessar o Xenar da
80mm con luminosità f/3.5 o f/2.8 la Exakta 6x6 prebellica utilizza un
vero corredo ottico che comprende grandangolari Tessar o Berthiot da
65mm, ottiche luminose da 100mm di focale, come i Meyer Primoplan f/1.9
o i Biotar Zeiss f/2.0, ottiche macro come il Makro Plasmat Meyer 195mm
f/2.7, e numerosi teleobiettivi da 135 a 360mm firmati Meyer, Zeiss e
Berthiot.
Mentre in Europa si addensano le nubi della guerra,
la nascente industria fotografica del Giappone, il cui coinvolgimento
nel conflitto è ancora incerto, scopre il sistema monoreflex per il
medio formato a imitazione dei modelli tedeschi più affermati. Nel 1938
viene costruita una monoreflex 4x4 che somiglia enormemente alla Karma
Flex e viene battezzata Baby Superflex. Nel 1940 viene presentata invece
una monoreflex 6x6 molto simile alla Reflex Korelle che viene battezzata
con poca fantasia Flex Six ma viene commercializzata anche con il nome
Shinkoflex.
Il dopoguerra
Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati da un
clima particolare, con la produzione industriale della Germania e del
Giappone praticamente annullata, e con il programma di riconversione
verso l’industria di pace stimolato dagli Stati Uniti. In questo clima
l’evento fotograficamente più interessante è la presentazione nel
1948 della fotocamera reflex 6x6 svedese Hasselblad. Le Hasselblad con
otturatore a tendina, come è noto, vengono messe in commercio a partire
dal 1950 e rappresentano una novità particolarmente interessante,
perché offrono la completa intercambiabilità degli obiettivi, dei
mirini e dei magazzini portapellicola. L’industria tedesca, ancora
traumatizzata dalla guerra e divisa dalla politica, non riesce ad
elaborare nessuna alternativa valida alla fotocamera svedese, se non
alcune stanche riedizioni della Primarflex e della Korelle, mentre gli
inglesi mettono in produzione le copie della Korelle battezzandole
Agiflex. Solamente la società Ihagee di Dresda, accantonate le Exakta
VP prebelliche, mette in produzione fino dal 1950 una reflex originale
di formato 6x6 che non somiglia per niente alla Exakta 66 del 1938 e
impiega dei dorsi staccabili e precaricabili, insieme a un sistema di
obiettivi completamente intercambiabili. La nuova Exakta 6x6 utilizza un
otturatore a tendina e un mirino a pozzetto non intercambiabile. La
produzione delle Exakta 66 è limitata sia come quantità che come
durata, e termina prematuramente mentre le Hasselblad si evolvono dal
modello 1600F al modello 1000F e nel 1957 compiono il salto tecnologico
con il modello 500C privo di otturatore ma con otturatori Synchro Compur
incorporati in ogni obiettivo. Ancora una volta l’industria tedesca
non è in grado di replicare, e mentre a Dresda ad opera del consorzio
VEB Pentacon viene messa in produzione una reflex 6x6 a tendina derivata
dalla Korelle e battezzata prima Praktisix e poi Pentacon Six, le
industrie occidentali, con la vistosa eccezione della Zeiss Ikon e della
Voigtlaender, non sono in grado che di produrre dei prototipi destinati
a rimanere tali. Kilfitt, Plaubel e Rollei si arrabattano attorno a dei
modelli stilizzati a somiglianza delle Hasselblad ed equipaggiati con
otturatori a tendina. Nessuno di questi prototipi avrà una
realizzazione immediata, e la sola reale possibile concorrente della
Hasselblad, la Pentacon Six, nonostante i prestigiosi obiettivi firmati
Zeiss Jena e Meyer, non riesce ad imporsi nel settore professionale,
facendosi accettare a fatica sui mercati occidentali anche a causa della
sua origine collocata nel blocco delle repubbliche socialiste. Malgrado
tutto la Pentacon Six ottiene un grosso successo commerciale nell’Est,
e grazie ad un prezzo competitivo, anche presso molti fotoamatori
occidentali che sognano Hasselblad senza potersela permettere. La
Pentacon Six rimane in produzione per tutti gli anni Sessanta e
Settanta, equipaggiata nella versione Pentacon Six TTL del 1968 con un
mirino pentaprismatico con esposimetro TTL al CdS incorporato ma non
accoppiato. Nel corso di tutti gli anni Cinquanta neppure la dinamica
industria fotografica giapponese è in grado di offrire nessuna
alternativa nel settore delle reflex 6x6, se si esclude qualche brutta
copia della Korelle e la reflex 6x6 Fujita, che presenta qualche
somiglianza con la Hasselblad, ma si sviluppa in verticale e monta un
otturatore a tendina da 1/500 di secondo. La Fujita, commercializzata
anche con i marchi Fodor e Kalimar, ha gli obiettivi intercambiabili e
un parco ottico limitato a tre focali, 52, 80 e 150mm, e ma non ottiene
un grosso successo e non lascia nessun segno di rilievo.
Contemporaneamente alla dismissione da parte dei Hasselblad delle
Hasselblad 1000F con otturatore a tendina, inizia a Kiev in Ucraina, la
produzione di una reflex 6x6 identica alla stessa Hasselblad 1000F, che
viene battezzata Saljut, ma che non provoca alcuna ripercussione sui
mercati internazionali, essendo la sua commercializzazione limitata al
solo mercato interno dell’Unione Sovietica. La Saljut si evolve nel
modello Saljut C, battezzata anche Kiev 80 e Zenit 80, e successivamente
nel modello Kiev 88 TTL equipaggiato con un mirino pentaprismatico con
esposimetro TTL al CdS incorporato ma non accoppiato.
Ho approfittato dell’incontro con Richard per
chiedergli se fosse al corrente di rapporti commerciali fra la
Hasselblad e le autorità sovietiche per la cessione alle officine di
Kiev di eventuali licenze, brevetti o addirittura macchinari o parti di
macchinari per la costruzione di quelle che sotto molti punti di vista
sono considerate le Hasselblad sovietiche. Richard aveva posto la stessa
domanda ai dirigenti della Hasselblad, ma senza ottenere delle risposte
esaurienti. Se rapporti di questo tipo ci sono stati, non sono comunque
documentati.
Dopo aver dominato incontrastata il settore delle
reflex monobiettivo di medio formato per tutti gli anni Cinquanta, la
Hasselblad vede profilarsi un primo vero concorrente in una piccola
industria fotografica giapponese indipendente appena agli esordi. La
società Bronica Camera presenta nel 1959 all’IPEX di New York una
fotocamera reflex 6x6 che si ispira fortemente alla Hasselblad 1000F,
monta un otturatore a tendina ed è equipaggiata con obiettivi e
magazzini completamente intercambiabili. Gli obiettivi sono firmati
Nikkor, un nome già molto noto nel mondo della fotografia come sinonimo
di eccellenza ottica. La fotocamera viene battezzata Zenza Bronica D
come DeLuxe, utilizza un originale sistema di ribaltamento dello
specchio con scivolamento in basso che permette l’impiego di obiettivi
che rientrano molto nel corpo macchina, come il grandangolare da 50mm,
senza alcuna limitazione, e rappresenta la prima vera sfida giapponese
al monopolio Hasselblad.
Gli anni Sessanta
La prima metà degli anni Sessanta vede un generale e
costante miglioramento sia nel settore meccanico che in quello ottico.
La Bronica presenta un modello migliorato Bronica S, accompagnato da un
modello semplificato privo di magazzini intercambiabili, battezzato
Bronica C, e continua a migliorare le sue fotocamere con i successivi
modelli S2 del 1965 e S2A del 1969. Hasselblad, da parte sua, si limita
ad affiancare nel 1965 alla 500C il modello 500EL che offre le stesse
identiche prestazioni della 500C ma è equipaggiata di serie con un
motore elettrico per l’avanzamento del film posto sotto il fondello
della fotocamera.
La seconda metà degli anni Sessanta è invece
caratterizzata dall’arrivo di nuovi forti concorrenti che immettono
sul ristretto mercato delle fotocamere reflex di medio formato alcune
fotocamere dalle caratteristiche interessanti. Nel 1966 Rollei presenta
il modello Rolleiflex SL66 equipaggiato con un otturatore a tendina, un
magazzino intercambiabile, un soffietto di messa a fuoco incorporato e
un corredo di obiettivi intercambiabili firmati Carl Zeiss che
replicano, con poche eccezioni, focale per focale, il corredo Hasselblad.
E’ un colpo durissimo per Hasselblad, che si affretta a dichiarare
tecnicamente superati gli otturatori a tendina, a proclamare a gran voce
la superiorità degli otturatori a lamelle Synchro Compur con la luce
del flash, e a diffidare la Carl Zeiss dal continuare a rifornire la
concorrente con obiettivi in gran parte studiati per le Hasselblad. Come
è noto tutto ciò non impedisce a Rollei di continuare a produrre e a
migliorare la SL66 e non impedisce alla Carl Zeiss di fornire a Rollei i
suoi migliori obiettivi, fino al Planar 110mm f/2.0, non utilizzabile
sulle Hasselblad 500C a causa del diametro troppo stretto dell’otturatore
Synchro Compur. Inoltre per la Rolleiflex SL66 vengono messi in catalogo
due obiettivi con otturatore centrale Compur incorporato, per poter
utilizzare senza limitazioni la luce del flash. Intanto dal Giappone
arrivano alcune allarmanti novità. Nel 1968 la società Kowa presenta
la reflex 6x6 Kowa Six, priva di magazzino intercambiabile ma
equipaggiata con obiettivi completamente intercambiabili con incorporato
in ciascuno di essi un otturatore a lamelle Seiko da 1/500 di secondo.
I magazzini intercambiabili arrivano più tardi, nei
primi anni Settanta con il modello Kowa Six Super, quando il successo
commerciale delle Kowa 6x6 è già sufficientemente affermato. In
Giappone nascono anche alcune alternative più tradizionali per il
formato 6x6, come le fotocamere Norita della società Musashino, che
imita in maniera spudorata la Pentacon Six senza offrire alcuna
prestazione particolare. Nel 1966 la società Asahi Optical presenta la
reflex di medio formato Asahi Pentax 6x7, che viene messa in produzione
nel 1969. Sotto una carrozzeria tradizionale ispirata ancora alla
Pentacon Six, la Pentax offre il doppio vantaggio del formato
rettangolare 6x7 al posto del formato quadrato 6x6, ed il controllo
elettronico delle velocità di esposizione, che vengono ancora
selezionate manualmente. Un mirino pentaprismatico con esposimetro TTL
al CdS collegato al selettore delle velocità trasforma la Pentax 6x7 in
una reflex TTL dalle prestazioni più che affidabili. Bronica e Kowa,
Rollei e Pentax, rappresentano altrettanti concorrenti, ma Hasselblad
non sembra preoccuparsene più di tanto, e si limita a modificare le
proprie reflex aggiungendo la sola possibilità di intercambio degli
schermi di messa a fuoco, ribattezzando le due fotocamere del sistema
Hasselblad 500CM e 500ELM.
Gli anni Settanta
Gli anni Settanta si aprono con l’ingresso di una
nuova protagonista nel settore delle reflex di medio formato, la
società giapponese Mamiya. Già presente nel settore del medio formato
con alcune fotocamere biottica e alcune fotocamere a telemetro del tipo
press camera, nel 1970 la Mamiya presenta un modello monoreflex di
formato 6x7 battezzato Mamiya RB67 e caratterizzato da un corredo di
obiettivi intercambiabili dotati ciascuno di un otturatore Seiko da
1/400 di secondo. La Mamiya RB67 incorpora inoltre un soffietto di messa
a fuoco e utilizza un originale magazzino intercambiabile rotante, per
la selezione dell’inquadratura orizzontale o verticale, a scelta del
fotografo. La Bronica propone nel 1972 il modello Bronica EC con
otturatore a tendina comandato elettronicamente, e già del 1975
presenta la Bronica EC-TL provvista di un esposimetro TTL incorporato
nel corpo macchina, in un’epoca in cui i concorrenti, compreso
Hasselblad, utilizzano mirini esposimetrici con lettura TTL ma non
accoppiati né alle velocità né ai diaframmi. Nel 1974 Rollei avanza
la proposta tecnologicamente più avanzata del momento per il medio
formato, con la Rolleiflex SLX equipaggiata con un esposimetro
incorporato e una serie di motori lineari incorporati per l’avanzamento
del film e la selezione automatica dell’esposizione con il controllo
dell’otturatore elettronico e del diaframma. Contraddicendo la scelta
fatta con la SL66, la SLX utilizza otturatori a lamelle incorporati
nella nuova serie di obiettivi Carl Zeiss. La Rolleiflex SLX non
utilizza magazzini intercambiabili ma rappresenta un nuovo modo di
immaginare e progettare una reflex di medio formato. La Rolleiflex SLX
è assolutamente incompatibile con la vecchia Rolleiflex SL66 ed è
talmente all’avanguardia che prima di essere prodotta in serie
necessita di qualche anno di decantazione.
Nel frattempo nasce in Giappone la prima reflex di
formato 6x4.5 ad opera di Mamiya. Preceduta nel 1967 da un prototipo
firmato Konica e mai messo in produzione, e preceduta con un certo
successo dai magazzini Hasselblad A16 per l’esecuzione su un rullo 120
di sedici immagini di formato 6x4.5, la Mamiya presenta nel 1975 la
fotocamera Mamiya M645, equipaggiata con un otturatore a tendina
controllato elettronicamente fino a 1/500 di secondo, con uno specchio a
ritorno istantaneo, un mirino intercambiabile, un obiettivo
intercambiabile 80mm f/1.9 che batte tutti i record di luminosità nel
medio formato, ma con un dorso amovibile e precaricabile ma non
intercambiabile. Nel 1978 la Mamiya M645 viene affiancata dal modello
M645 1000S che arriva al millesimo di secondo, e dal modello M645J dalle
prestazioni più limitate. Accanto e quasi contemporaneamente alla
Mamiya, anche la Bronica propone fino dal 1976 un modello reflex per il
formato 6x4.5, presentando la fotocamera Bronica ETR che si appresta a
sostituire le Bronica EC di formato quadrato, e viene equipaggiata con
obiettivi Zenzanon che sostituiscono i pregevoli Nikkor. La Bronica ETR
non dispone di un otturatore proprio ma gli otturatori a lamelle Seiko
sono incorporati negli obiettivi intercambiabili, tuttavia la selezione
ed il controllo elettronico delle velocità fino a 1/500s avvengono dal
corpo macchina e vengono trasmessi agli obiettivi per mezzo di contatti
elettrici. La presentazione della Bronica ETR significa per la società
Bronica l’abbandono degli otturatori a tendina a favore degli
otturatori a lamelle, con una scelta definitiva. L’obiettivo standard
della Bronica ETR è uno Zenzanon 75mm f/2.8. La Bronica ETR dispone di
mirini e magazzini intercambiabili e può essere accessoriata con una
maniglia laterale con leva di carica incorporata oppure con un motore
elettrico di avanzamento del film. Fra i mirini della Bronica vi è il
mirino AE che incorpora un esposimetro e permette l’esposizione
completamente automatica a priorità dei diaframmi. La Bronica ETR viene
seguita dal modello semplificato Bronica ETRC e nel 1978 dal modello
ETRS accessoriabile con il mirino AE-II con fotocellule al silicio.
Incalzata in Germania dalla Rolleiflex SLX
elettronica e in Giappone dalle 6x4.5 elettroniche di Mamiya e Bronica,
nel 1977 anche Hasselblad gioca la carta dell’elettronica, presentando
con grande enfasi la fotocamera Hasselblad 2000 FC equipaggiata con un
otturatore a tendina metallica con controllo elettronico ma ancora con
selezione manuale. L’otturatore della Hasselblad raggiunge 1/2000 di
secondo e permette l’impiego di una nuova famiglia di obiettivi,
individuati con la lettera F, che permettono di raggiungere luminosità
più elevate con il Distagon 50mm f/2.8, il Planar 110mm f/2.0 e il
Sonnar 150mm f/2.8. Come è noto l’arrivo della Hasselblad 2000 CF
impone anche sulle Hasselblad 500CM e 500ELM l’impiego degli obiettivi
nella nuova montatura CF in grado di utilizzare o disinserire l’otturatore
Synchro Compur per garantirne la piena utilizzazione sulle nuove
Hasselblad. Ma con la Hasselblad 2000FC comincia anche il periodo di
irrequietezza in casa Hasselblad, una irrequietezza che raggiunge il
culmine negli anni Ottanta e Novanta.
Gli anni Ottanta
Gli anni Ottanta segnano il ritorno al formato
quadrato 6x6 della Bronica, che proprio nel 1980 rimette in produzione
una 6x6 che è molto diversa sia dalla tradizionale Bronica S che dalla
Bronica EC di dieci anni prima. La nuova Bronica viene battezzata SQ
come Square e va ad affiancarsi alla Bronica ETRS per il formato 6x4.5
utilizzando la stessa filosofia costruttiva e progettuale, con
otturatori elettronici a lamelle Seiko da 1/500 di secondo comandati dal
corpo macchina ma incorporati negli obiettivi intercambiabili Zenzanon,
e con un sistema di magazzini intercambiabili, di schermi di messa a
fuoco e di mirini intercambiabili. Fra i mirini vi è il mirino
esposimetrico AE che permette l’esposizione automatica a priorità di
diaframmi e che si adatta perfettamente alla Bronica SQA presentata nel
1982 contemporaneamente al modello motorizzabile Bronica SQAM. Nello
stesso anno anche Rollei presenta una novità, che però ricalca lo
schema della vecchia Rolleiflex SL66 introducendo solo alcune modifiche,
come l’esposimetro TTL incorporato. Strutturalmente la nuova
Rolleiflex battezzata SL66E assomiglia alla SL66 ed è caratterizzata da
un otturatore meccanico a tendina. La nuova Rolleiflex è destinata ad
affiancare la SLX ed a sostituire la SL66. Anche Mamiya nel 1982
presenta una novità, una reflex di formato 6x7 derivata dalla RB67 ma
battezzata RZ67 e costruita per sfruttare al meglio la potenzialità
degli otturatori a lamelle a controllo elettronico da 1/400 di secondo
incorporati negli obiettivi intercambiabili. I nuovi obiettivi hanno un
diverso sistema di innesto con nuovi contatti elettrici, e la Mamiya
RZ67 continua ad offrire la possibilità di rotazione del dorso per
inquadrature verticali e orizzontali, ma offre anche la possibilità di
arrivare al formato 6x8, offre un motore elettrico da collegare con il
fondello della fotocamera, ed offre un mirino con doppio sistema di
lettura TTL, media o centrale. Nonostante la diversità di innesto e il
ricorso alla elettronica più sofisticata, fra i sistemi RB67 e RX67
continuano a permanere molti punti di contatto, con possibilità di
scambio di molti obiettivi e accessori. Con il mirino accessorio AE la
Mamiya RZ67 si trasforma in una fotocamera automatica a priorità dei
diaframmi. Nel 1983 anche Bronica cede al fascino del formato gigante
6x7 e presenta, accanto alla ETRS e alla SQA il modello GS1. Benché le
fotocamere di formato maggiore offrano la possibilità di montare
magazzini per formati più piccoli, fino addirittura al 24x56 e al
24x36mm, tutte le fotocamere di formato minore rimangono in produzione.
La Bronica GS1, come le sorelle più anziane ma di formato inferiore,
utilizza obiettivi con incorporato un otturatore Seiko a lamelle con
controllo elettronico e velocità fino a 1/500s, utilizza magazzini,
vetrini e mirini intercambiabili, e fra i mirini vi è l’immancabile
mirino pentaprismatico AE con selezione automatica della velocità di
otturazione. Contrariamente alle Mamiya RB67 e RZ67, la Bronica 6x7 non
offre la possibilità di rotazione del dorso, ma l’impiego sempre più
generalizzato dei mirini pentaprismatici rende in realtà questa
possibilità più teorica che pratica.
Mentre Hasselblad modifica il modello 2000FC rendendo
meno vulnerabile la tendina metallica, con il modello 2000FCM del 1983,
gli altri protagonisti del mondo delle reflex di medio formato non
stanno a guardare e escono con proposte originali. In Germania Rollei
sostituisce al modello SLX la Rolleiflex 6006, una fotocamera
elettronica con motorizzazione integrale ed esposizione automatizzata,
come la SLX, a cui sono stati aggiunti i magazzini intercambiabili di
nuova concezione, con antina di protezione incorporata e con
trasmissione automatica dei dati relativi alla sensibilità del film.
Mentre la Rolleiflex 6006 si rivolge al mondo del professionismo, anche
a causa degli altissimo costi che comporta, nonostante la presentazione
del modello economico Rolleiflex 6002, la società giapponese Pentax
presenta una reflex di medio formato pensata per gli amatori esigenti.
La nuova fotocamera, presentata nel 1984, si chiama semplicemente Pentax
645, è priva di magazzini intercambiabili e di mirini intercambiabili,
utilizza un otturatore a tendina con controllo elettronico delle
velocità fino a 1/1000 di secondo, e grazie agli obiettivi
intercambiabili SMC Pentax A, permette la completa automatizzazione dell’esposizione,
a priorità dei diaframmi, delle velocità, o in esposizione automatica
programmata. Dotata di un motore di avanzamento incorporato la Pentax
645 rappresenta nel mondo delle reflex di medio formato 6x4,5 una
interessante novità, che però non viene imitata né da Mamiya né da
Bronica.
Mentre Pentax incorpora il motore in una 6x4.5,
Rollei incorpora il motore nelle SLX e 6006, e tutte le altre industrie
presentano motori accessori per le reflex 6x4.5 o 6x6, anche Hasselblad
cede al fascino del motore accessorio. Rinnegando una tradizione legata
al motore incorporato e non disinseribile della Hasselblad 500EL, la
Hasselblad a tendina elettronica viene accessoriata con un motore
esterno applicabile alla manovella di avanzamento del film. La nuova
fotocamera predisposta per il winder accessorio viene battezzata
Hasselblad 2000 FCW e viene presentata nel 1985.
A metà degli anni Ottanta i giochi sembrano essersi
conclusi. In campo oltre alle europee Hasselblad e Rollei, tenacemente
ancorate al formato quadrato 6x6, vi sono le tre giapponesi Bronica,
Pentax e Mamiya, con una gamma di proposte che vanno dal 6x7 al 6x4.5, e
solo Bronica offre un modello 6x6. In Unione Sovietica si costruiscono
le Kiev 60 e le Kiev 88, derivate rispettivamente dalla Pentacon Six e
dalla Hasselblad a tendina. Entrambe sono meccaniche, entrambe montano
mirini esposimetrici TTL, ed entrambe vivono ai margini del mercato,
insieme alla Exakta 66, una ulteriore copia della Pentacon Six. In un
settore che sembra aver trovato un equilibrio sono poche le novità, e
sono tutte europee. Rolleiflex sostituisce alla 6006 la 6008, modificata
per l’impiego dei nuovi obiettivi con l’otturatore veloce da 1/1000
di secondo e per l’impiego dei dorsi a registrazione digitale dell’immagine.
Hasselblad migliora le proprie fotocamere secondo un programma che vede
il modello 500ELX del 1984 incorporare la fotocellula per la lettura
della luce del flash, e vede l’adozione generalizzata di un nuovo tipo
di rivestimento interno anti riflessi in palpas sui nuovi modelli
presentati fra il 1988 e il 1989, come la 2003 FCW, la 503CX e la
553ELX.
Gli anni Novanta
Con il 1991 Hasselblad presenta il nuovo
entusiasmante modello 205TCC equipaggiandolo con quanto di meglio riesce
ad offrire l’elettronica. La Hasselblad 205TCC significa l’introduzione
di un circuito esposimetrico nel corpo macchina, la sostituzione delle
tendine metalliche con le tendine in stoffa, l’adozione di un sistema
esposimetrico flessibile e polivalente, la nascita di contatti multipli
fra corpo macchina da una parte e magazzini, mirini e obiettivi dall’altra.
Sofisticata e aperta a nuove evoluzioni la 205TCC è accessoriabile con
un motore di avanzamento del film e con un mirino prismatico. Mentre in
casa Hasselblad la 205TCC viene seguita da altri modelli con otturatore
a tendina con controllo elettronico, collegato o meno con il circuito
esposimetrico per il funzionamento automatico, in Giappone ci si limita
a perfezionare i modelli esistenti con l’adozione della fotocellula
TTL flash sulle Bronica ETRSi e SQAi, mentre Mamiya riprogetta il
modello 6x4.5 battezzandolo Mamiya 645 PRO e dotandolo di magazzini
intercambiabili e il modello RZ67 viene sostituito dal modello RZ67-II
appena modificato.
Hasselblad sembra invece colta dalla febbre del
rinnovamento a tutti i costi. La Hasselblad 503CX viene sostituita dal
modello 503CXi, la 500CM viene proposta come 500 Classic e poi
ripresentata come 501C e come 501CM. Nel 1996 viene presentata la 503CW
con otturatore Synchro Compur e motorizzabile con un winder esterno
analogo a quello delle Hasselblad a tendina. Con questa ultima mossa
Hasselblad riapre la concorrenza interna fra i suoi stessi modelli,
concorrenza che sembra accentuarsi con la presentazione nel 1998 dei
modelli 555ELX motorizzato e 202FA elettronico e automatico.
Conclusioni
Mentre Hasselblad diversifica, per così dire, la
propria produzione di reflex 6x6, articolandola in più modelli dalle
caratteristiche tutto sommato simili e con evidenti ripetizioni nelle
prestazioni, la concorrenza tedesca rappresentata da Rollei e quella
giapponese rappresentata da Mamiya, Bronica e Pentax, non sta certamente
a guardare. Rollei presenta per le reflex della famiglia 6000 una serie
di obiettivi con otturatore centrale PQS ultra veloce capace di un
millesimo di secondo, e predispone le proprie fotocamere per l’impiego
dei dorsi digitali. Nel 1998 Pentax presenta una nuova versione della
645 battezzandola 645N ed equipaggiandola con obiettivi autofocus,
mentre la società Kyocera inaugura il proprio ingresso nel settore del
medio formato con la presentazione alla Photokina del 1998 della reflex
automatica ed autofocus Contax 645 equipaggiata con un otturatore a
tendina con la velocità di un quattromilesimo di secondo. Anche la
tradizionale Pentax 67 di evolve nel modello con esposizione automatica
67-II, mentre Mamiya presenta la versione autofocus della sua 645. In un
mondo dominato dall’elettronica e con la presenza sempre più
ingombrante delle immagini digitali, il settore del medio formato reflex
sembra comunque destinato a una profonda modificazione. Con Bronica che
non presenta nessun nuovo modello reflex di medio formato dalla metà
degli anni Ottanta e con le novità presentate da Pentax, Contax e
Mamiya, con la vocazione di Rollei per il digitale, c’è da aspettarsi
qualche grosso cambiamento nei prossimi mesi.
Grandangolari senza specchio
Poiché la Hasselblad fino dal 1954 ha messo in
produzione il modello SW privo di specchio e dotato di un obiettivo
fisso super grandangolare con mirino ottico, cimentandosi in un settore
in qualche modo diverso se non opposto come concezione filosofica a
quello delle reflex, non mi sembra inopportuno andare a dare un’occhiata
a quello che ha realizzato la concorrenza nello stesso settore o nei
settori strettamente paralleli. Premesso che nessuna industria
fotografica, a quel che mi risulta, ha mai messo in produzione
fotocamere super grandangolari di formato quadrato 6x6, mi sembra che
manchino gli elementi di paragone diretto. Ma bisogna considerare che il
formato 6x6, nonostante le affermazioni di Rollei e di Hasselblad, non
è certamente il più adatto ad una ripresa fotografica grandangolare,
specialmente se si parla di riprese di architettura. Nelle riprese di
facciate o di interni il 6x6 si rivela quasi sempre limitativo, salvo
nel caso di edifici molto particolari. O il formato quadrato non è
sufficiente, o si risolve in uno spreco di pellicola, con grandi aree
del fotogramma occupate dal terreno o dal cielo. Il formato quadrato 6x6
nasce, o rinasce, come è noto, nei primi anni Trenta con la diffusione
delle reflex biottica, per eliminare in qualche modo l’imbarazzo della
scelta fra inquadrature verticali o orizzontali, e si ripropone per le
monoreflex in un momento in cui i mirini pentaprismatici sono oggetti
ancora sconosciuti e comunque di impiego molto limitato. Ma in una
fotocamera con mirino ottico come la SW questo obbligo non sussiste, e
la scelta del formato quadrato 6x6 viene compiuta esclusivamente per
uniformarsi al formato delle Hasselblad reflex. Poiché negli anni
Cinquanta il sistema Hasselblad è completamente sprovvisto, per ovvi
motivi, di grandangolari estremi, viene fatta una scelta che anticipa in
qualche modo quella della Zeiss e della Nikon sulle reflex 35mm. Si
tratta di inserire a forza in un sistema reflex un grandangolare
estremo, come il Biogon 21mm o il Nikkor 21mm, rinunciando al mirino
reflex ed utilizzando invece un mirino ottico ausiliario. Ma
contrariamente a Zeiss e Nikon, Hasselblad ritiene inutile interporre
fra l’obiettivo grandangolare e il magazzini porta pellicola un
ingombrante corpo reflex con lo specchio bloccato in alto, e applica
direttamente l’obiettivo al magazzino, dopo aver equipaggiato l’obiettivo
con un otturatore Compur a lamelle e un mirino. Nessuna altra industria
fotografica è così ardita da seguire l’esempio di Hasselblad e da
progettare e mettere in produzione una fotocamera grandangolare per il
poco pratico formato quadrato per pellicola in rullo.
Negli anni Cinquanta però alcune fotocamere di medio
formato per pellicole piane o in rullo di formato 6x9 o 6x7 e con
obiettivi intercambiabili, come le Plaubel Makina, le Linhof e le Mamiya
Press, cominciano a montare obiettivi grandangolari più o meno spinti,
come il Biogon 53mm.
Nascono anche fotocamere per il formato 6x9 su film
in rullo equipaggiate con obiettivi fissi di tipo grandangolare estremo,
come la inglese Envoy, commercializzata anche dalla Ilford, che monta un
obiettivo da 64mm con luminosità f/6.3 che copre un angolo di 82 gradi,
ed è seguita nei primi anni Sessanta dalla Horseman Convertibile che
monta un obiettivo da 62mm f/5.6 e può utilizzare dorsi porta rulli per
il formato 6x9 o 6x7. Anche la Plaubel mette in commercio un modello
Plaubel Veriwide 6x9 equipaggiata con un obiettivo Super Angulon 47mm
f/8 che copre un angolo di 100 gradi.
Tralasciando le fotocamere per film in rullo di tipo
super grandangolare ma di tipo panoramico ad ottica fissa e non rotante,
come le tedesche Linhof Technorama 6x17 o 6x12, nate negli anni Settanta
e riproposte fino ad oggi, o le più recenti giapponesi Art Panorama
6x17 o 6x12, fino alle Fuji G617 e GX617, bisogna citare invece fra le
possibili concorrenti della Hasselblad SWC altre fotocamere
grandangolari, come la Brooks Veriwide degli anni Settanta, equipaggiata
con un Super Angulon 47mm f/8 sul formato 6x9 e la Plaubel Superwide
Proshift dei primi anni Ottanta, equipaggiata anch’essa con un Super
Angulon 47mm f/5.6 sul formato 6x9 e dotata di correzione della
parallasse e del decentramento orizzontale e verticale dell’obiettivo.
Più modesta e maneggevole, ma non meno interessante è la contemporanea
Plaubel Makina W67, che monta un grandangolare Nikkor 55mm f/4.5 sul
formato 6x7 e copre un angolo di 77 gradi. Contrariamente alle Envoy,
alle Horseman e alle Plaubel Veriwide che utilizzano semplici mirini a
cornici di tipo sportivo, le Plaubel Superwide utilizzano mirini ottici
di tipo galileiano e la Plaubel W67 utilizza un mirino con telemetro
accoppiato.
Preceduta da una Fujica 6x9 con mirino telemetrico e
con obiettivi intercambiabili, fra cui un grandangolare da 55mm, nei
primi anni Ottanta nasce ad opera della stessa Fuji la fotocamera ad
ottica fissa GSW 690 con telemetro e obiettivo da 65mm f/5.6 per un
angolo coperto di 76 gradi sul formato 6x9. La stessa fotocamera viene
proposta nelle due versioni successive GSW 690-II e GSW 690-III. Nel
1984 la Fuji presenta una fotocamera grandangolare per il formato 6x4.5
battezzandola Fuji GS 645W ed equipaggiandola con un telemetro, un
obiettivo da 45mm f/5.6 che copre un angolo di 76 gradi, e con una
fotocellula per la misurazione della luce. La fotocamera viene
sostituita nel 1998 dal modello GA 645Wi con obiettivo 45mm f/4.0,
esposizione automatica, avanzamento automatico del film e con un
otturatore da 1/700 di secondo.
In casa Mamiya viene presentata nel 1898 la Mamiya 6
di formato quadrato 6x6 con telemetro, esposizione automatica e
obiettivi intercambiabili. Nel corredo della Mamiya 6 vi è un obiettivo
grandangolare 50mm f/4.0 che copre 75 gradi. La Mamiya 6 viene
sostituita dal modello 6MF che utilizza i due formati 6x6 e 6x4.5 e
monta gli stessi obiettivi. Nel 1995 viene infine presentata la Mamiya 7
di formato 6x7, e fra i suoi obiettivi è presente un grandangolare
spinto da 43mm f/4.5 a dieci lenti che somiglia molto nello schema
ottico al Biogon 38mm e come questo copre sul formato 6x7 un angolo da
92 gradi.
Tutto questo affollamento in un settore fino a
qualche anno fa poco frequentato vede la 6x6 grandangolare svedese
stretta fra le grandangolari 6x7 e 6x9 da una parte e le grandangolari
6x4.5 dall’altro. Anche se poche di queste fotocamere raggiungono il
limite estremo del Biogon, che rimane ancora la focale più corta in
assoluto per numero di millimetri, la tendenza in atto non può che
preoccupare la Hasselblad. La stessa Hasselblad, del resto, con il suo
grandangolare retrofocus Distagon 40mm minaccia da vicino e da più di
trenta anni il campo di lavoro del Biogon, mentre gli altri costruttori
di reflex di medio formato mettono in catalogo grandangolari retrofocus
sempre più corti. La Rolleiflex utilizza lo stesso Distagon 40mm, oltre
a un Super Angulon Schneider da 40mm e un decentrabile Super Angulon
55mm f/4.5, e anche la Bronica SQ 6x6 ha un 40mm a disposizione. La
Mamiya 6x7 e la Bronica 6x7 hanno in catalogo come focale più corta un
50mm mentre la Pentax 6x7 ha in catalogo un 45mm. Fra le fotocamere
reflex di formato 6x4.5 la Bronica ha un 40mm mentre Mamiya e Pentax
hanno un 35mm ciascuna, e per la nuova Contax 645 è stato annunciato un
Distagon 35mm. Anche se per ora nessuno di questi obiettivi minaccia
direttamente il Biogon 38mm della SWC, i tempi sembrano maturi per
qualche cambiamento.
Non per caso la Hasselblad ha messo in catalogo la
fotocamera Arc Body, ancora limitata dall’impiego dei magazzini
Hasselblad 6x6, ma che utilizza obiettivi Rodenstock decentrabili con
focali da 75 e 45mm, ma anche da 35mm. Da questo ultimo obiettivo ci si
aspetta che rubi davvero qualche spazio alla più classica fotocamera
grandangolare della casa.
Hasselblad e collezionismo
Per finire, dato che questo incontro si svolge alla
vigilia di una importante mostra mercato delle fotocamere d’occasione
e da collezione, prima di passare la parola, vorrei fare un breve
accenno al rapporto fra il mondo Hasselblad e quello del collezionismo.
Il collezionismo, come è noto, si ciba di due tipi di fotocamere.
Quelle antiche e quelle per qualche verso rare, se non addirittura
realizzate in edizione limitata. Le Hasselblad, viceversa, sono
fotocamere nate per essere usate più che collezionate. La stessa
Hasselblad, qualche anno fa, ha voluto premiare la più vecchia
Hasselblad ancora in funzione. Si trattava, se non ricordo male, di una
Hasselblad 1000F acquistata di seconda mano da una fotografa ritrattista
americana.
Hasselblad e collezionismo sembrano perciò essere
due mondi privi di punti di contatto. Chi acquista una Hasselblad di
seconda mano lo fa per usarla e non per collezionarla. Eppure un certo
interesse collezionistico per le Hasselblad sembra esserci. Le
Hasselblad più richieste e valutate dai collezionisti sono naturalmente
le più vecchie, le 1600F e le 1000F con i loro obiettivi Kodak o Zeiss,
ma anche le grandangolari SWA e SW. L’anzianità, la produzione
limitata e l’interesse per il nome stanno facendo lievitare i prezzi
dell’usato e del collezionabile. Le 500C con obiettivi cromati sono
addirittura in alcuni casi valutate di più delle moderne 500CM.
La stessa società Hasselblad, del resto, non ha
esitato ad incentivare il lato collezionistico della sua produzione,
producendo con il contagocce alcuni modelli in edizione speciale, quegli
stessi modelli che Richard Nordin ha scrupolosamente recensito e
descritto nel suo Compendium.
La produzione delle fotocamere in edizione limitata
inizia nel 1974 in occasione del 25° anniversario della prima reflex
Hasselblad, con la commercializzazione di 1500 fotocamere 500CM
timidamente modificate con la semplice apposizione di una targa
commemorativa. Seguono nel 1979 altre 1500 fotocamere con targa
commemorativa, ma questa volta si tratta di 500 ELM e si festeggiano i
dieci anni del primo sbarco sulla luna.
Nel 1982 1500 Hasselblad 500 ELM celebrano i venti
anni nello spazio, e per l’occasione cambiano abito e si fregiano di
un rivestimento esterno argenteo che simula il rivestimento spaziale
riflettente.
Negli anni Ottanta e Novanta si cominciano a
commercializzare le Hasselblad con finiture dorate. Nel 1985 vengono
messe in vendita 1500 Hasselblad 2000 FCM, nel 1987 1400 Hasselblad CM,
nel 1991 700 Hasselblad 503 CX, e nel 1998 tocca alle 503 CW.
A queste fotocamere, destinate ovviamente al mercato
collezionistico privato, si aggiungono i pezzi unici senza prezzo
realizzati con finiture davvero particolari, come la Hasselblad 500C n.
100.000 con rivestimento nero e finiture dorate realizzata per Victor
Hasselblad, e la Hasselblad SWC con rivestimento rosso realizzata per la
Carl Zeiss in occasione dei venticinque anni del Biogon 38mm.
Esistono poi le fotocamere in finiture speciali che
la Hasselblad ha donato ad alcune teste coronate, naturalmente
cominciando dai reali di Svezia e proseguendo con i reali del Belgio e
dell’Inghilterra.
Si tratta di fotocamere uniche per possedere le quali
molti collezionisti oggi venderebbero sicuramente l’anima al diavolo.