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di Roberto Mirandola
Ho constatato
essere comune a molte persone un atteggiamento
mentale per cui, quando si inizia ad avere qualche
interesse, si cercano disperatamente informazioni
sull’argomento per ricavarne un panorama il più
completo possibile. Io non ho fatto eccezione a
questa regola e, avendo iniziato ad interessarmi
alle macchine fotografiche classiche, cercai il modo
per procurarmi tutte le informazioni necessarie. Dal
momento che allora non ero ancora abbonato a Classic
Camera (cosa che feci immediatamente alla comparsa
dei primi annunci) né ero ancora abituato a
razzolare per il web, non mi rimase che cercare
qualche libro in italiano per farmi guidare in quel
mondo per me nuovo ed affascinante. Il primo testo
che mi procurai fu, con mia grande fortuna, “Collezionare
e fotografare con MACCHINE D’EPOCA” di Ivor
Matanle, cui seguì dopo qualche tempo “Fotocamere
ed obiettivi Zeiss” di Ghisetti & Cecchi. Ho
fatto questo prologo per spiegare come e perché
arrivai a scegliere, tra le mie macchine di cui sono
più orgoglioso, la Zeiss Super Ikonta IV.
In entrambi i testi
gli autori giudicano che tale modello rappresenti lo
“stato dell’arte” nella tipologia folding 6x6 in
casa Zeiss; dunque non mi rimaneva altro da fare se
non mettermi alla ricerca di tale macchina, che
riuscii ad avere, ancora con mia grande fortuna, da
un collezionista di Torino, cattedratico di scienze
aziendali. La macchina, completa di borsa originale,
è in perfette condizioni sia estetiche che
funzionali e vorrei vederla insieme a voi più da
vicino.
Innanzitutto la
tipologia folding che credo convintamene sia da
rivalutare per le sue peculiarità; la Zeiss Super
Ikonta IV pesa, completa di rullino, 730 grammi ed
ha le dimensioni di cm.13x10x4 ad obiettivo
retratto. Ciò significa che può stare comodamente
nella tasca di qualsiasi giaccone invernale o in un
piccolo zaino da escursionista senza darci alcun
fastidio; ho precisato “completa di rullino” come
paragone con le fotocamere moderne il cui peso si
esprime “senza batterie” il che significa anche che
le batterie hanno un peso non trascurabile. Qui le
batterie fortunatamente non ci sono e, Voltaire ci
perdonerà, ciò è un grandissimo vantaggio. La
macchina infatti è dotata di un ottimo esposimetro
con cellula al selenio, indipendente quindi da
alimentazione elettrica. Tale cellula si trova al
centro esatto del corpo macchina, tra le finestrelle
del mirino e del telemetro, ed è racchiusa da un’
antina con apertura a molla che la protegge dalla
luce e ne preserva enormemente la durata nel tempo.
Infatti la macchina che io possiedo ha un errore
nella lettura dell’esposimetro che ho valutato
intorno a mezzo diaframma, effettuando la
misurazione con un Mastersix; se pensiamo che la
data di produzione può collocarsi tra il 1955 ed il
1960, mi pare che sia un risultato ottimo e
trascurabile nella sua approssimazione, soprattutto
tenendo conto che io la uso prevalentemente con
pellicole in Bianco e Nero FP4
od HP5 la cui tolleranza supera abbondantemente il
mezzo diaframma.
Vediamo dapprima la
dotazione tecnica della macchina: l’obiettivo è un
Carl Zess Tessar 75mm. f.3,5 trattato antiriflessi
mentre l’otturatore è un Synchro Compur con tempi da
1 secondo a 1/500 + posa B. La sincronizzazione con
il flash è possibile con le modalità V – X – M
mentre la messa a fuoco dell’obiettivo è compresa
tra m. 1,20 e l’infinito. L’esposimetro accetta
valori da 5 a 320 ASA ovvero da 9 a 27 DIN perciò
l’uso con le moderne pellicole da 400 ASA in su
richiede la dotazione di un esposimetro esterno;
personalmente ritengo la limitazione sia più teorica
che pratica in quanto ho provato che l’obiettivo ha
la resa migliore con pellicole dalla sensibilità non
spinta. Riflettiamo per un momento sul fatto che nel
1955 le moderne pellicole da 800, 1600 o 3200 ASA
erano una chimera.
Il formato dei
negativi ottenibili con questa macchina è il
classico quadrato 6x6 su pellicola 120; non mi
risulta che ci fossero mascherine per ridurre il
formato al rettangolo 6x4,5 e penso che ciò sarebbe
stato in contrasto con le altre due “sorelle” di
casa Zeiss, ovvero la “piccolina” cod. 531 con
formato 4,5x6 e la “gigante” cod. 524/2 con formato
6x9. Quest’ ultima soprattutto, definita anche “Mess
Ikonta” in quanto presentata in occasione della
fiera Photokina del 1951, è una macchina degna di
essere posseduta, specie nella versione con il
Tessar 105/3,5 su Synchro Compur; purtroppo è ben
rara da trovare e ne parlerò volentieri
prossimamente appena avrò l’occasione di far mio un
esemplare in perfette condizioni. Tuttavia la 6x6 di
cui oggi parliamo rappresenta probabilmente il
compromesso ideale tra formato, peso e dimensioni.
Quando la macchina
si trova in posizione di riposo, l’obiettivo è
totalmente rientrato ed è protetto dallo sportellino
anteriore che ha una doppia funzione; infatti, oltre
a quella di proteggere obiettivo, meccanica di messa
a fuoco e le selezioni di tempi e diaframmi, in
posizione di massima apertura consente l’appoggio
con massima stabilità della fotocamera stessa.
Esaminata la
fotocamera in posizione di chiusura notiamo subito
alcuni comandi posti sul tettuccio; tenendo la
macchina rivolta in avanti e partendo da sinistra,
essi sono: un grosso bottone rotante con cui
collimare l’ago dell’esposimetro, la finestrella
semicircolare che evidenzia ago e paletta
dell’esposimetro, il pulsantino per l’apertura
dell’anta e conseguente estensione dell’obiettivo,
la slitta porta accessori, il pulsante di scatto, la
finestrella con il contapose ed il bottone di
avanzamento pellicola.
Il grosso il
bottone sulla sinistra include due dischi
sovrapposti i quali riportano la scala delle
sensibilità dell’esposimetro da impostare a seconda
della pellicola usata e la scala dei valori EV
(Valori Esposizione); la misurazione avviene aprendo
lo sportellino che protegge la cellula
dell’esposimetro e puntando la macchina verso il
soggetto da fotografare. Quindi si dovrà osservare
la posizione dell’ago dell’esposimetro e ruotare il
bottone fino a far collimare la paletta con l’ago;
sulla sinistra si leggerà il valore di esposizione (E.V.)
indicato da una freccetta rossa. Preciso che
l’apertura dell’antina copriesposimetro avviene
premendo un pulsantino che si trova esattamente sul
piccolo cardine dell’antina stessa; la chiusura
avviene invece per semplice pressione dell’antina
sino al blocco che è avvertibile grazie ad uno
scatto e da un piccolo click.
Altri comandi
esterni non ci sono, fatta eccezione per la levetta
di apertura del dorso che si trova sul lato
sinistro, e per i due dischi in metallo cromato sul
fondello della fotocamera corrispondenti alla
posizione dei rullini pellicola; estraendoli
lievemente a dorso aperto si sboccano i rullini
all’interno.
Effettuata
l’apertura dello sportello anteriore della macchina
che avviene, come già accennato, mediante pressione
del pulsantino immediatamente a sinistra della
slitta porta accessori, l’obiettivo viene portato in
posizione di lavoro grazie all’estensione del
soffietto; l’operazione termina con un blocco anche
sonoro dei leveraggi ad impedire che l’obiettivo
venga forzato perdendo il corretto allineamento
lungo l’asse focale.
Devo dire che il
gioco di leveraggi di estensione mi pare assai più
saldo e stabile di altre macchine similari ed è
prodotto con acciaio dalla cromatura perfetta.
L’obiettivo è stato installato, come di norma, sul
complesso otturatore-diaframma; le selezioni
possibili vanno, come già accennato, da 1 secondo ad
1/500 per i tempi e da f. 3,5 a f. 22 per i
diaframmi. E’ da evidenziare un puntino rosso sulla
scala dei diaframmi (red dot) che aveva funzione di
massima profondità di campo per foto rapide, in
pratica in funzione di iperfocale; essendo
intermedio tra le aperture 8 ed 11 garantiva una
estensione della profondità di campo tra 13 piedi e
l’infinito, ovvero da poco meno di 4 metri
all’infinito.
La corretta messa a
fuoco in condizioni normali, avviene invece per
mezzo del bellissimo telemetro accoppiato; nel
mirino è visibilissimo il quadratino luminoso a
coincidenza di immagine. E’ un sistema di messa a
fuoco rapidissimo e preciso che usano ancor oggi
macchine di classe elevatissima quali le Leica per
il 35mm o le Mamiya 7 e le Fujica 670 o 690 per il
medio formato; la focheggiatura avviene ruotando una
ghiera zigrinata posta coassialmente all’obiettivo
in posizione lievemente arretrata sulla sinistra.
Impugnare la macchina, focheggiare con la sinistra e
scattare con la destra è un’operazione molto rapida
che garantisce inoltre un’ottima stabilità. Per
fotografie con tempi lenti o posa B per le quali sia
preferibile installare la macchina sul treppiedi ci
si serve dell’apposito attacco posto alla base in
posizione perfettamente centrale.
Terminata la
sessione di ripresa la macchina viene chiusa
premendo verso l’interno due levette laterali
inserite sui leveraggi di apertura e chiusura; la
loro posizione è evidenziata, su entrambi i lati,
dalla riproduzione del logo “Zeiss Ikon” inciso
sull’acciaio cromato. Sul frontale, a macchina
chiusa, è evidente la serigrafia in chiaro del
marchio “Super Ikonta” mentre sul retro, come d’uso
per le macchine di Zeiss, sono incisi sulla finta
pelle sia il numero di serie che il modello della
macchina, in questo caso 534/16. Tali incisioni sono
in posizione laterale, rispettivamente a destra e
sinistra di chi guarda, mentre al centro è inciso il
classico “Zeiss Ikon – Stuttgart” ed il “Made in
Germany”. Tra la dicitura Zeiss Ikon e la dicitura
Stuttgart troviamo infine una serrandina a
scorrimento laterale in acciaio cromato che protegge
la finestrella di controllo per la pellicola in uso.
Le possibilità di
arricchire la macchina di accessori originali non
erano moltissime; la macchina era già perfetta nella
sua essenzialità. Venivano comunque offerti a
corredo: la borsa originale in puro cuoio, il filtro
polarizzatore “Zeiss Bernotar” nel diametro mm32, le
lenti per Close-up “Zeiss Proxar”, il paraluce, i
filtri colorati, il flash da inserire sulla slitta
porta-accessori ed un singolarissimo accessorio
“Zeiss Movilum” che era costituito da una staffa con
impugnatura a pistola larga poco meno di un metro la
quale sorreggeva lateralmente due riflettori con la
macchina fissata al centro di essi; era consigliato
per “Riprese in luce artificiale”!
E questo è tutto
per quanto riguarda l’estetica e la meccanica della
macchina. Molto altro vi sarebbe ora da dire circa
le qualità ottiche dello splendido Zeiss Tessar
75/3,5 che equipaggia la macchina, ma qui si rischia
di cadere nella più scontata delle ovvietà o nella
soggettività. E chi mai si azzarderebbe a mettere in
dubbio la qualità elevatissima di questo “occhio
d’aquila” ?
Ma voglio
ugualmente darvi conto dei miei modestissimi e
soggettivi rilievi, talvolta sorprendenti anche per
chi come me ama e colleziona le Rolleiflex da sempre
dotate di Tessar.
Mentre non avevo
dubbi nel riscontrare l’altissima qualità con
pellicole Bianco-Nero, sono rimasto allibito per le
prestazioni ottiche ottenute con una pellicola a
colori quale la Agfa Portrait. In sostanza, tutti
sappiamo che alcune delle pellicole migliori per il
Bianco-Nero, specialmente per il medio formato, non
sono certo le emulsioni di ultimissima generazione a
grani tabulari o core shell ma quelle più
tradizionali come le Ilford FP4
ed HP5. Solo queste infatti garantiscono, specie se
abbinate ad uno sviluppo compensatore, una ricchezza
di dettagli
nelle ombre che non preclude eguale leggibilità
nelle luci; personalmente ritengo che solo le
pellicole Fuji da 400 ASA possano reggere il
confronto. Queste emulsioni usate con il Tessar
della Super Ikonta non potevano che generare
risultati entusiasmanti, anche tenendo conto del
periodo cui risale il progetto Tessar ed relativi i
trattamenti applicati alle versioni degli anni ’50.
Ma non potevo
pensare che questo vetro avrebbe dato il meglio di
sé anche con una moderna pellicola a colori; vero è
che la Portrait dell’Agfa non è pellicola da turisti
Americani o Giapponesi a caccia di qualche migliaio
di scatti nelle piazze italiche, ma vi assicuro che
ho faticato a convincere chiunque che alcune foto
scattate sotto i portici di Piazza San Marco fossero
state riprese con la Super Ikonta.
Anche in questo
caso, come per il Bianco-Nero, abbiamo riscontrato
una leggibilità dei particolari sia nelle luci che
nelle ombre assolutamente sorprendente; anche con il
colore quindi abbiamo notato un bilanciamento
perfetto dei toni, cosa che onestamente non avevamo
previsto, o almeno non in questi termini.
Meccanicamente la
macchina rivela che sino dalla fase progettuale si
era inteso dar vita ad un prodotto di alta gamma in
quanto eccellenti sono tutti i materiali usati,
dagli stampati metallici alle bellissime cromature
alla finta pelle nera di copertura; è molto luminoso
e ben contrastato il telemetro che favorisce una
esatta messa a fuoco anche in luce scarsa.
Fluidissima l’operazione di focheggiatura grazie
alla ruota zigrinata di generose dimensioni che si
aziona con il semplice appoggio del dito indice;
ottimamente tarato anche il pulsante di scatto che
richiede una pressione non esagerata ed è molto
progressivo nell’affondamento. Pronto e preciso
l’otturatore mentre il diaframma, pur essendo a
“sole” 5 lamelle, ha un disegno estremamente
regolare che garantisce comunque un ottima resa
nello sfocato. Tutta la macchina quindi dà un
impressione di solidità unita ad una dolcezza di
funzionamento, degna perciò di rappresentare la
vetta produttiva di questa tipologia. Se oggi non
fossimo schiavi della tecnologia elettronica,
macchine come la Super Ikonta troverebbero ancora un
loro spazio di vendita, cosa che comunque avviene,
seppur a caro prezzo, presso i venditori
specializzati in materiale da collezione. (Roberto
)
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