La ZEISS SUPER IKONTA IV – 534/16

 
 
 
 

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  di Roberto MirandolaRoberto Mirandola

Ho constatato essere comune a molte persone un atteggiamento mentale per cui, quando si inizia ad avere qualche interesse, si cercano disperatamente informazioni sull’argomento per ricavarne un panorama il più completo possibile. Io non ho fatto eccezione a questa regola e, avendo iniziato ad interessarmi alle macchine fotografiche classiche, cercai il modo per procurarmi tutte le informazioni necessarie. Dal momento che allora non ero ancora abbonato a Classic Camera (cosa che feci immediatamente alla comparsa dei primi annunci) né ero ancora abituato a razzolare per il web, non mi rimase che cercare qualche libro in italiano per farmi guidare in quel mondo per me nuovo ed affascinante. Il primo testo che mi procurai fu, con mia grande fortuna, “Collezionare e fotografare con MACCHINE D’EPOCA” di Ivor Matanle, cui seguì dopo qualche tempo “Fotocamere ed obiettivi Zeiss” di Ghisetti & Cecchi. Ho fatto questo prologo per spiegare come e perché arrivai a scegliere, tra le mie macchine di cui sono più orgoglioso, la Zeiss Super Ikonta IV.

In entrambi i testi gli autori giudicano che tale modello rappresenti lo “stato dell’arte” nella tipologia folding 6x6 in casa Zeiss; dunque non mi rimaneva altro da fare se non mettermi alla ricerca di tale macchina, che riuscii ad avere, ancora con mia grande fortuna, da un collezionista di Torino, cattedratico di scienze aziendali. La macchina, completa di borsa originale, è in perfette condizioni sia estetiche che funzionali e vorrei vederla insieme a voi più da vicino.

Innanzitutto la tipologia folding che credo convintamene sia da rivalutare per le sue peculiarità; la Zeiss Super Ikonta IV pesa, completa di rullino, 730 grammi ed ha le dimensioni di cm.13x10x4 ad obiettivo retratto. Ciò significa che può stare comodamente nella tasca di qualsiasi giaccone invernale o in un piccolo zaino da escursionista senza darci alcun fastidio; ho precisato “completa di rullino” come paragone con le fotocamere moderne il cui peso si esprime “senza batterie” il che significa anche che le batterie hanno un peso non trascurabile. Qui le batterie fortunatamente non ci sono e, Voltaire ci perdonerà, ciò è un grandissimo vantaggio. La macchina infatti è dotata di un ottimo esposimetro con cellula al selenio, indipendente quindi da alimentazione elettrica. Tale cellula si trova al centro esatto del corpo macchina, tra le finestrelle del mirino e del telemetro, ed è racchiusa da un’ antina con apertura a molla che la protegge dalla luce e ne preserva enormemente la durata nel tempo. Infatti la macchina che io possiedo ha un errore nella lettura dell’esposimetro che ho valutato intorno a mezzo diaframma, effettuando la misurazione con un Mastersix; se pensiamo che la data di produzione può collocarsi tra il 1955 ed il 1960, mi pare che sia un risultato ottimo e trascurabile nella sua approssimazione, soprattutto tenendo conto che io la uso prevalentemente con pellicole in Bianco e Nero FP4 od HP5 la cui tolleranza supera abbondantemente il mezzo diaframma.

Vediamo dapprima la dotazione tecnica della macchina: l’obiettivo è un Carl Zess Tessar 75mm. f.3,5 trattato antiriflessi mentre l’otturatore è un Synchro Compur con tempi da 1 secondo a 1/500 + posa B. La sincronizzazione con il flash è possibile con le modalità V – X – M mentre la messa a fuoco dell’obiettivo è compresa tra m. 1,20 e l’infinito. L’esposimetro accetta valori da 5 a 320 ASA ovvero da 9 a 27 DIN perciò l’uso con le moderne pellicole da 400 ASA in su richiede la dotazione di un esposimetro esterno; personalmente ritengo la limitazione sia più teorica che pratica in quanto ho provato che l’obiettivo ha la resa migliore con pellicole dalla sensibilità non spinta. Riflettiamo per un momento sul fatto che nel 1955 le moderne pellicole da 800, 1600 o 3200 ASA erano una chimera.

Il formato dei negativi ottenibili con questa macchina è il classico quadrato 6x6 su pellicola 120; non mi risulta che ci fossero mascherine per ridurre il formato al rettangolo 6x4,5 e penso che ciò sarebbe stato in contrasto con le altre due “sorelle” di casa Zeiss, ovvero la “piccolina” cod. 531 con formato 4,5x6 e la “gigante” cod. 524/2 con formato 6x9. Quest’ ultima soprattutto, definita anche “Mess Ikonta” in quanto presentata in occasione della fiera Photokina del 1951, è una macchina degna di essere posseduta, specie nella versione con il Tessar 105/3,5 su Synchro Compur; purtroppo è ben rara da trovare e ne parlerò volentieri prossimamente appena avrò l’occasione di far mio un esemplare in perfette condizioni. Tuttavia la 6x6 di cui oggi parliamo rappresenta probabilmente il compromesso ideale tra formato, peso e dimensioni.

Quando la macchina si trova in posizione di riposo, l’obiettivo è totalmente rientrato ed è protetto dallo sportellino anteriore che ha una doppia funzione; infatti, oltre a quella di proteggere obiettivo, meccanica di messa a fuoco e le selezioni di tempi e diaframmi, in posizione di massima apertura consente l’appoggio con massima stabilità della fotocamera stessa.

Esaminata la fotocamera in posizione di chiusura notiamo subito alcuni comandi posti sul tettuccio; tenendo la macchina rivolta in avanti e partendo da sinistra, essi sono: un grosso bottone rotante con cui collimare l’ago dell’esposimetro, la finestrella semicircolare che evidenzia ago e paletta dell’esposimetro, il pulsantino per l’apertura dell’anta e conseguente estensione dell’obiettivo, la slitta porta accessori, il pulsante di scatto, la finestrella con il contapose ed il bottone di avanzamento pellicola.

Il grosso il bottone sulla sinistra include due dischi sovrapposti i quali riportano la scala delle sensibilità dell’esposimetro da impostare a seconda della pellicola usata e la scala dei valori EV (Valori Esposizione); la misurazione avviene aprendo lo sportellino che protegge la cellula dell’esposimetro e puntando la macchina verso il soggetto da fotografare. Quindi si dovrà osservare la posizione dell’ago dell’esposimetro e ruotare il bottone fino a far collimare la paletta con l’ago; sulla sinistra si leggerà il valore di esposizione (E.V.) indicato da una freccetta rossa. Preciso che l’apertura dell’antina copriesposimetro avviene premendo un pulsantino che si trova esattamente sul piccolo cardine dell’antina stessa; la chiusura avviene invece per semplice pressione dell’antina sino al blocco che è avvertibile grazie ad uno scatto e da un piccolo click.

Altri comandi esterni non ci sono, fatta eccezione per la levetta di apertura del dorso che si trova sul lato sinistro, e per i due dischi in metallo cromato sul fondello della fotocamera corrispondenti alla posizione dei rullini pellicola; estraendoli lievemente a dorso aperto si sboccano i rullini all’interno.

Effettuata l’apertura dello sportello anteriore della macchina che avviene, come già accennato, mediante pressione del pulsantino immediatamente a sinistra della slitta porta accessori, l’obiettivo viene portato in posizione di lavoro grazie all’estensione del soffietto; l’operazione termina con un blocco anche sonoro dei leveraggi ad impedire che l’obiettivo venga forzato perdendo il corretto allineamento lungo l’asse focale.

Devo dire che il gioco di leveraggi di estensione mi pare assai più saldo e stabile di altre macchine similari ed è prodotto con acciaio dalla cromatura perfetta. L’obiettivo è stato installato, come di norma, sul complesso otturatore-diaframma; le selezioni possibili vanno, come già accennato, da 1 secondo ad 1/500 per i tempi e da f. 3,5 a f. 22 per i diaframmi. E’ da evidenziare un puntino rosso sulla scala dei diaframmi (red dot) che aveva funzione di massima profondità di campo per foto rapide, in pratica in funzione di iperfocale; essendo intermedio tra le aperture 8 ed 11 garantiva una estensione della profondità di campo tra 13 piedi e l’infinito, ovvero da poco meno di 4 metri all’infinito.

La corretta messa a fuoco in condizioni normali, avviene invece per mezzo del bellissimo telemetro accoppiato; nel mirino è visibilissimo il quadratino luminoso a coincidenza di immagine. E’ un sistema di messa a fuoco rapidissimo e preciso che usano ancor oggi macchine di classe elevatissima quali le Leica per il 35mm o le Mamiya 7 e le Fujica 670 o 690 per il medio formato; la focheggiatura avviene ruotando una ghiera zigrinata posta coassialmente all’obiettivo in posizione lievemente arretrata sulla sinistra. Impugnare la macchina, focheggiare con la sinistra e scattare con la destra è un’operazione molto rapida che garantisce inoltre un’ottima stabilità. Per fotografie con tempi lenti o posa B per le quali sia preferibile installare la macchina sul treppiedi ci si serve dell’apposito attacco posto alla base in posizione perfettamente centrale.

Terminata la sessione di ripresa la macchina viene chiusa premendo verso l’interno due levette laterali inserite sui leveraggi di apertura e chiusura; la loro posizione è evidenziata, su entrambi i lati, dalla riproduzione del logo “Zeiss Ikon” inciso sull’acciaio cromato. Sul frontale, a macchina chiusa, è evidente la serigrafia in chiaro del marchio “Super Ikonta” mentre sul retro, come d’uso per le macchine di Zeiss, sono incisi sulla finta pelle sia il numero di serie che il modello della macchina, in questo caso 534/16. Tali incisioni sono in posizione laterale, rispettivamente a destra e sinistra di chi guarda, mentre al centro è inciso il classico “Zeiss Ikon – Stuttgart” ed il “Made in Germany”. Tra la dicitura Zeiss Ikon e la dicitura Stuttgart troviamo infine una serrandina a scorrimento laterale in acciaio cromato che protegge la finestrella di controllo per la pellicola in uso.

Le possibilità di arricchire la macchina di accessori originali non erano moltissime; la macchina era già perfetta nella sua essenzialità. Venivano comunque offerti a corredo: la borsa originale in puro cuoio, il filtro polarizzatore “Zeiss Bernotar” nel diametro mm32, le lenti per Close-up “Zeiss Proxar”, il paraluce, i filtri colorati, il flash da inserire sulla slitta porta-accessori ed un singolarissimo accessorio “Zeiss Movilum” che era costituito da una staffa con impugnatura a pistola larga poco meno di un metro la quale sorreggeva lateralmente due riflettori con la macchina fissata al centro di essi; era consigliato per “Riprese in luce artificiale”!

E questo è tutto per quanto riguarda l’estetica e la meccanica della macchina. Molto altro vi sarebbe ora da dire circa le qualità ottiche dello splendido Zeiss Tessar 75/3,5 che equipaggia la macchina, ma qui si rischia di cadere nella più scontata delle ovvietà o nella soggettività. E chi mai si azzarderebbe a mettere in dubbio la qualità elevatissima di questo “occhio d’aquila” ?

Ma voglio ugualmente darvi conto dei miei modestissimi e soggettivi rilievi, talvolta sorprendenti anche per chi come me ama e colleziona le Rolleiflex da sempre dotate di Tessar.

Mentre non avevo dubbi nel riscontrare l’altissima qualità con pellicole Bianco-Nero, sono rimasto allibito per le prestazioni ottiche ottenute con una pellicola a colori quale la Agfa Portrait. In sostanza, tutti sappiamo che alcune delle pellicole migliori per il Bianco-Nero, specialmente per il medio formato, non sono certo le emulsioni di ultimissima generazione a grani tabulari o core shell ma quelle più tradizionali come le Ilford FP4 ed HP5. Solo queste infatti garantiscono, specie se abbinate ad uno sviluppo compensatore, una ricchezza di dettagli nelle ombre che non preclude eguale leggibilità nelle luci; personalmente ritengo che solo le pellicole Fuji da 400 ASA possano reggere il confronto.  Queste emulsioni usate con il Tessar della Super Ikonta non potevano che generare risultati entusiasmanti, anche tenendo conto del periodo cui risale il progetto Tessar ed relativi i trattamenti applicati alle versioni degli anni ’50.

Ma non potevo pensare che questo vetro avrebbe dato il meglio di sé anche con una moderna pellicola a colori; vero è che la Portrait dell’Agfa non è pellicola da turisti Americani o Giapponesi a caccia di qualche migliaio di scatti nelle piazze italiche, ma vi assicuro che ho faticato a convincere chiunque che alcune foto scattate sotto i portici di Piazza San Marco fossero state riprese con la Super Ikonta.

Anche in questo caso, come per il Bianco-Nero, abbiamo riscontrato una leggibilità dei particolari sia nelle luci che nelle ombre assolutamente sorprendente; anche con il colore quindi abbiamo notato un bilanciamento perfetto dei toni, cosa che onestamente non avevamo previsto, o almeno non in questi termini.

Meccanicamente la macchina rivela che sino dalla fase progettuale si era inteso dar vita ad un prodotto di alta gamma in quanto eccellenti sono tutti i materiali usati, dagli stampati metallici alle bellissime cromature alla finta pelle nera di copertura; è molto luminoso e ben contrastato il telemetro che favorisce una esatta messa a fuoco anche in luce scarsa. Fluidissima l’operazione di focheggiatura grazie alla ruota zigrinata di generose dimensioni che si aziona con il semplice appoggio del dito indice; ottimamente tarato anche il pulsante di scatto che richiede una pressione non esagerata ed è molto progressivo nell’affondamento. Pronto e preciso l’otturatore mentre il diaframma, pur essendo a “sole” 5 lamelle, ha un disegno estremamente regolare che garantisce comunque un ottima resa nello sfocato. Tutta la macchina quindi dà un impressione di solidità unita ad una dolcezza di funzionamento, degna perciò di rappresentare la vetta produttiva di questa tipologia. Se oggi non fossimo schiavi della tecnologia elettronica, macchine come la Super Ikonta troverebbero ancora un loro spazio di vendita, cosa che comunque avviene, seppur a caro prezzo, presso i venditori specializzati in materiale da collezione. (Roberto )

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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