e cartes de visite sono fotografie nate a metà
ottocento e grazie alla loro specifica natura, in origine dedicata allo
scambio dell’ immagine tra persone, subito evolutasi in raccolta e
conservazione dell’ immagine stessa, rappresentano il primo grande
esempio di marketing commerciale e di collezionismo della fotografia.
Collezionare le cartes de visite, oggi, non è altro che perpetuare
queste tradizioni ricollegandosi allo spirito originario che ha generato
la loro creazione, inoltre, proprio dalla ricerca e dallo studio delle
cartes de visite collezionate si traggono, e si riqualificano elementi
ricchi di valori storici e culturali altrimenti perduti.
E’ evidente che la storia futura incomincia da come
si classifica e si conserva un documento presente e dalla collezione
delle fotografie cartes de visite la memoria dell’immagine,
riscoperta, viene tramandata con la speranza di assicurare un tassello
di passato al futuro.
Infatti inserire una fotografia ritrovata, ed
identificata per personaggio per tema o per autore, in una collezione
sistematica vuol dire garantirle una conservazione logica e sicura
perchè una raccolta completa viene tramandata e conservata più
facilmente di un pezzo singolo che, non avendo prerogative specifiche,
può perdersi in pochi anni. Oggi è più facile ritrovare un vecchio
album fotografico che non una fotografia singola.
Comunque per incominciare a parlare delle cartes de
visite occorre fare un breve cenno sulla nascita e sull’evoluzione
della fotografia: la memoria dell’immagine o meglio ancora " la
memoria dello specchio "come veniva definita in alcuni testi e
trattati della metá ottocento che, dovendo illustrare la nuova scoperta
a soggetti ancora vincolati ad una cultura essenzialmente pittorica,
evidenziavano come espressione di pittura il quadro e come espressione
di fotografia lo specchio.... dotato di memoria.
Da tempo si era a conoscenza che la luce solare
passando attraverso un piccolo foro creava in una camera oscura un’immagine
latente dell’ambiente esterno. Pertanto assodato che il sole
"sapeva dipingere", nei primi dell’ottocento, anni di grandi
invenzioni, scienziati, chimici ed ottici erano alla ricerca della
possibilitá di fissare quell’immagine.
Giá verso il 1823 il francese Nicéphore Niépce di
Chalon sur Saône, sperimentando diverse tecniche di
"Eliografia" riesce a fissare la prima immagine, ripresa dalla
finestra del suo laboratorio, esponendo per otto ore una lastra di
peltro cosparsa di bitume di Giudea posta in una camera oscura.
Quasi contemporaneamente, Louis Mandé Daguerre,
pittore e scenografo dell’area parigina, cercando nuovi sistemi per
dipingere i fondali di teatro, riesce anche lui a fissare un’immagine
nel 1824.
Dopo una fitta corrispondenza i due ricercatori nel
1829 si associano per mettere in comune le esperienze e sfruttarle
commercialmente.
Quattro anni dopo la morte di Niépce, Daguerre mette
a punto una tecnica di ripresa , sviluppo e fissaggio dell’immagine
che si chiama "Daguerrotypie".
L’annuncio ufficiale della nascita della
fotografia, viene data in una relazione tenuta dallo scienziato, fisico
ed astronomo, François Arago presso l’Accademia delle Scienze di
Parigi nella seduta del 7 gennaio 1839.
L’eco e l’interesse per la mirabile scoperta del
sig. Daguerre che, peraltro, non aveva ancora svelato completamente il
procedimento in attesa che il governo francese gli riconoscesse una
pensione vitalizia per questo brevetto, poi messo a disposizione dell’umanità
, esplode in tutto il mondo.
Ma la tecnica della daguerrotipia, cosí come altri
sistemi messi a punto successivamente quali l’ambrotipia e la
ferrotipia, non rappresenta ancora la fotografia come la intendiamo noi,
perché veniva impressionata specularmente una lastra di peltro o rame
argentato, che rappresentava giá la fotografia, per cui si trattava di
un pezzo unico non riproducibile gravato da un costo elevato.
Tuttavia, i possidenti che si rivolgevano ad un
pittore affermato per l’esecuzione di un ritratto, ora potevano
ricorrere all’opera di un fotografo perché oltre a ridure i costi,
era possibile avere un’immagine "la piú somigliante al
vero", per citare la propaganda dell’epoca, che tanto piaceva con
quelle dimensioni simili alle miniature in voga in quegli anni.
Quasi contemporaneamente, Hippolyte Bayard, un
modesto funzionario del Ministero delle Finanze, appassionato di fisica
ottica e chimica, presenta il 24 giugno 1839 a Parigi le prime
fotografie in positivo su carta con una tecnica che da tempo stava
sviluppando, tuttavia a seguito dell’appassionato intervento di Arago
avvenuto pochi mesi prima per esaltare la scoperta di Daguerre e, forse
per non sminuire l’importanza e l’ufficialità data a quest’ultimo
dall’Accademia delle Scienze, questo geniale precursore non ricevette
alcuna gloria immediata per la sua scoperta.
Nell'agosto 1839 la storia ufficiale del tempo
attribuisce all’inglese Fox Talbot il procedimento negativo-positivo
su carta, detto calotipia o talbotipia, che offre la possibilitá di
moltiplicazione illimitata dell’immagine fotografica.
Il procedimento era sempre molto complicato ma, con
una sola posa che poteva durare anche venti, trenta minuti di
immobilitá assoluta spesso evidenziata da volti seri e quasi
sofferenti, si potevano ottenere quante copie si volessero.
Purtroppo il negativo veniva fatto su carta e questo
non garantiva la stessa definizione e nitidezza dei daguerrotipi.
Per il grande salto di qualitá occorre aspettare gli
anni cinquanta, quando, il generoso Frederick Scott Archer, socio del
Calotype Club, nonostante il tentativo di molti di attribuirsene il
merito, introduce e mette a disposizione di tutti, nel 1851, il
procedimento al collodio. Questa tecnica del negativo su vetro
riproducibile a volontà in positivo, farà presto dimenticare la
daguerrotipia e la calotipia che pochi anni prima aveva suscitato grandi
entusiasmi. La fotografia al collodio durerá almeno per un trentennio,
e questo periodo rappresenta "l’âge d’or " della
fotografia.
Inizia cosí nella seconda metá dell’ottocento un
rapido e crescente impiego della fotografia in tutti i campi dell’attivitá
umana : l’arte, la scienza, l’industria ed il commercio.
Le attrezzature, l’ottica ed i materiali sensibili
subiscono continui e rilevanti perfezionamenti.
La ritrattistica pittorica e miniaturistica viene
abbandonata e la fotografia passa dalle mani dei chimici e degli ottici
alle mani dei "pittori fotografi" che, appresa questa nuova
tecnica apportano una maggiore sensibilitá rappresentativa nella
composizione dell’immagine.
L’ incremento demografico e la crescente forza
socio-politica della borghesia, facilitano l’intensa fioritura degli
"atelier" fotografici che provocano la fine, almeno nei grossi
centri, dei pittori-fotografi e daguerrotipisti itineranti.
In Italia l’Unità degli Stati favorisce un grande
sviluppo in tutti i campi grazie all’apertura delle frontiere
preunitarie, alla riduzione delle tariffe doganali, ai trattati
commerciali con i paesi piú industrializzati d’ Europa ed alla
creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo economico del
nuovo Stato.
Così la crescita sociale dell’alta borghesia, l’evoluzione
dell’iniziativa privata e l’aumento della media e piccola borghesia
in rapporto ad altre classi sociali, provocano una crescente domanda di
fotografia, in particolare ritrattistica, per poter testimoniare l’avvenuta
evoluzione della famiglia ed accostare documentazioni e ricordi al
proprio bagaglio culturale.
All’aumento della domanda si contrappone un’offerta
vivace ed in continuo incremento tuttavia pur sempre vincolata dagli
alti costi che non permettono ancora di estendere il campo fotografico
al collezionismo, alla cronaca, ed alla propaganda politica delle
personalità.
Anche riducendo drasticamente la dimensione della
lastra in uso, vi era solo il risparmio di una piccola parte di
materiale, ma i costi piú elevati, quelli del processo, restavano ed il
prezzo unitario per una fotografia, anche se piú piccola, rimaneva
praticamente invariato.
É in questo contesto che si inserisce
prepotentemente il formato "carte de visite".
Il pittore André Adolphe Eugène Disdéri intuisce
che la nuova arte fotografica é destinata a sostituire la ritrattistica
pittorica ancora molto in voga cosí, abbandonati i pennelli, chiede il
brevetto nel 1854 per le cartes de visite ossia fotografie multiple
realizzate mediante un’apposita camera a quattro obiettivi, fornita di
chassis intercambiabile che permetteva di avere simultaneamente quattro
immagini su metá lastra ed altre quattro sull’altra metá. In questo
modo si potevano produrre con una sola seduta otto immagini su di una
sola lastra, oppure cambiando lo chassis e relativo numero di obiettivi,
si potevano ottenere anche quattro immagini più una o due di maggiori
dimensioni e naturalmente, aprendo a piacimento i volet dei singoli
obiettivi, le immagini potevano essere uguali tra loro o tutte
differenti in funzione del numero di pose riprese nella stessa seduta.
Anche se Disdéri non fu l’inventore del formato fu
sicuramente chi lo introdusse e lo diffuse . In effetti la sua creazione
venne rivendicata da numerosi fotografi europei e nordamericani, ed è
probabile che sia stata una evoluzione dettata da necessità commerciali
alla quale molti fotografi stavano contemporaneamente giungendo. Nel
1854 due eminenti dilettanti parigini, E. Delessert ed il conte Olympe
Aguado, secondo il giornale " La Lumière" ebbero l’idea
originale di apporre dei piccoli ritratti sui biglietti da visita che
fino ad allora portavano solo il nome e l’indirizzo; l’idea ebbe un
grande successo dato che lo scopo particolare di un biglietto da visita
poteva essere espresso anche da un ritratto carte de visite.
La verve ed il senso degli affari di cui Diséri era
dotato, favorirono la sua vertiginosa ascesa nonostante la modesta
origine.
Nato a Genova nel 1819 da un negoziante di tessuti
emigrato a Parigi in cerca di fortuna, Disdèri aveva ricevuto una
scarsa istruzione e fino all’età di quarant’anni si era dedicato ad
innumerevoli attività: disegnatore di carte topografiche, viaggiatore
di commercio, fabbricante di stoffe, ragioniere, daguerrotipista,
attore, fotografo di scenette e pittore .
Ossessionato da mania di grandezza continuava a
fondare società che poi regolarmente fallivano lasciando grossi debiti,
così nel 1848 è costretto a lasciare Parigi per trasferirsi a Brest
dove apre uno studio fotografico finanziato dal cognato. Anche questa
iniziativa si risolse in un fiasco finanziario ed abbandonata la
famiglia lasciò lo studio alla moglie che dovette dedicarsi alla
fotografia per mantenere se stessa ed i figli.
Nel 1853 compare a Nimes dove appreso il procedimento
al collodio da un farmacista, con la sua abituale sicurezza di se,
pubblica un manuale sulla tecnica imparata poche settimane prima.
Nel 1854 questo imprevedibile personaggio torna a
Parigi come fotografo professionista e fonda una nuova società sita al
numero 8 di Boulevard des Italiens.
Ottenuta l’esclusiva per la fotografia all’
Esposizione del Palais de l’Industrie grazie alla presentazione di
grandi ambrotipi fino ad allora prodotti soltanto da una ditta parigina
di fama, la Mayer & Pierson & Co., la società Disdéri &
Co. fece un grande balzo in avanti ma tenere alle dipendenze 77
collaboratori, uno dei quali Pierre Petit successivamente noto
ritrattista, era molto costoso e così anche questa ditta, in origine
finanziata da un amico pittore che vi aveva investito dei capitali da
poco ereditati, venne dichiarata fallita nel 1856.
Giocatore d’azzardo nato, Disdéri si trovava
ancora una volta al punto più basso delle sue disponibilità economiche
e dei suoi sogni di grandezza.
Dopo un periodo di sperimentazione, sembra che l’introduzione
del nuovo formato carte de visite sul mercato coincida con la riapertura
dello studio Disdéri avvenuta nel 1857 e situato allo stesso indirizzo
della precedente società.
La popolarità del nuovo formato ebbe probabilmente
origine da una serie di ritratti dell’Imperatore Napoleone III e dell’Imperatrice
Eugenia eseguiti da Disdéri nella prima metà del 1859 e da Parigi l’uso
commerciale e non più amatoriale della carte de visite si diffuse
rapidamente nel resto del mondo. Tra l’altro, nelle memorie di Nadar,
il mitico fotografo ritrattista parigino, viene riportato che l’imperatore,
in partenza per la Campagna d’Italia fece fermare le truppe al n.8 del
Boulevard des Italiens per farsi fare un ritratto da Disdéri pensando
che fosse un momento propizio per diffondere la sua immagine fra le
masse, tra gli ufficiali del proprio esercito e dell’esercito sardo
alleato.
Anche se non fu proprio così, considerando che l’itinerario
delle truppe in partenza non prevedeva il passaggio in quel boulevard,
la fortuna di Disdéri e la sua repentina ascesa alla fama ed alla
ricchezza, ebbe sicuramente inizio con la realizzazione di una
eccellente fotografia, in formato carte de visite, della famiglia
imperiale che gli fruttò il titolo di fotografo di corte. Tutta Parigi
volle imitare l’imperatore e la richiesta di cartes de visite divenne
così grande che occorrevano settimane di anticipo per un appuntamento.
Contro i cinquanta ed i cento franchi richiesti
allora per un ritratto a lastra intera, Disdéri grazie a questo piccolo
formato, montato su di un semplice cartoncino di circa 6,2 x 10,5
centimetri anzicché posto in ricche e preziose cornici come fino ad
allora era avvenuto per dagherrotipi ed ambrotipie, poteva accontentarsi
del costo decisamente piú contenuto di venti franchi per otto immagini
oppure trenta franchi per venticinque per arrivare a settanta franchi
per cento.
Il cartoncino utilizzato come supporto della fragile
carta fotografica dapprima era molto semplice, sottile ed anonimo, quasi
contemporaneamente compare impresso sul retro il nome dell’atelier
fotografico, successivamente diventa di maggior spessore e sempre più
ricco di cornici, fregi dorati e medaglie delle quali amavano fregiarsi
i fotografi premiati alle varie esposizioni universali , e nel centro
venivano evidenziati gli stemmi delle Reali Case che davano loro l’approvazione
di fotografo ufficiale.
Questo passaggio da un uso colto ed aristocratico
della fotografia ad una sua piú evidente democratizzazione viene
compensato cercando di rinnovare lo stile compositivo dell’immagine e
l’attenzione non si concentra piú sul solo volto ma sull’intera
figura posta in un contesto di fondali, colonne, arredi, oggetti e
costumi ai quali si affida il compito di sottolineare, anche la dove non
esiste, un certo prestigio sociale ed una certa agiatezza economica.
I daguerrotipi, ambrotipi e calotipi, considerati
pezzi singoli, venivano appesi come i quadri, sotto vetro in cornici
piú o meno preziose, per la carte de visite occorre inventare un nuovo
sistema conservativo per non disperderle e per visionarle facilmente.
Nascono allora degli albums specifici con le pagine
formate da finestrelle fustellate atte a trattenere le fotografie. I
produttori fanno a gara per produrre albums sempre più belli, corredati
di visori e curiosità varie.
In questo modo le famiglie possono comporre il loro
album e ciascuno può crearsi una galleria in miniatura, gli ufficiali
trasferiti da un reggimento all’altro hanno modo di scambiare con i
commilitoni la loro carta e raccolgono nell’album l’immagine dell’evoluzione
della loro carriera; i colonnelli del reggimento ricevono spesso in dono
l’album contenente i ritratti dei propri subalterni, i diplomatici
trasferiti da una ambasciata all’altra possono inserirvi le fotografie
dei loro colleghi stranieri che hanno via via incontrato ed i
collezionisti incominciano le collezioni d’immagine.
Naturalmente nell’album di famiglia, non ci si
scordava di inserire l’immagine del re, dei principi, del Papa o dei
personaggi militari e politici graditi. Questo a dimostrazione dell’enorme
importanza propagandistica della fotografia poiché possedere l’immagine
e vedere le sembianze del personaggio noto portava alla familiaritá,
all’affezione ed alla concretezza del mito.
Era un nuovo modo di interpretare la fotografia anche
da parte della classe dirigente politica che fino ad allora ancora la
temeva, tanto é vero che lo stesso Napoleone III aveva vietato ai
fotografi i campi di San Martino e Solferino per timore di una
propaganda negativa ed ancora, nel 1861, nello Stato Pontificio il
cardinale vicario promulgava un editto che obbligava i fotografi a
tenere una specie di porto di macchina fotografica rilasciato dal
comando della gendarmeria.
Nel decennio 1859-69 l’interesse per le cartes de
visite è in continua ascesa ed oltre che nelle grandi città, vengono
proposte anche in centri minori da fotografi itineranti che aprono
periodicamente lo studio per alcune giornate sufficienti ad eseguire e
consegnare le cartes de visite ai clienti accorsi a farsi riprendere .
Sui giornali compaiono le prime pubblicitá delle
ditte specializzate che vendono per corrispondenza apparecchi ottici,
fotografici, prodotti chimici, manuali d’uso agli appassionati ed
anche le riproduzioni in formato cartes de visite dei personaggi
importanti da collezionare.
Disdéri stesso, avendo già raccolto migliaia di
fotografie di personalità nel 1860-62, seguendo l’esempio di Mayer
& Pierson e di altri fotografi editori inglesi e tedeschi, pubblica
a puntate la Galerie des Contemporains, dove ogni carte de visite veniva
corredata da un testo biografico di 4 pagine.
Si calcola tra l’altro che nello studio Disdéri
passassero non meno di 200 clienti al giorno e tra questi anche persone
famose che venivano accolte dallo stesso autore vestito con un artistico
costume e con frustino in mano. Considerando una media di 12 fotografie
per cliente, le 90 persone addette a questo lavoro erano in grado di
assicurare la consegna delle 2400 stampe prodotte giornalmente in 24
ore.
Nel febbraio 1866 Disdéri vantava un archivio di
65.000 ritratti di celebrità.
Volenti o nolenti altri professionisti a Parigi
furono costretti ad adeguarsi al nuovo formato e nel 1866 gli studi
erano 284, contro i 66 del 1855 mentre 33.000 persone si guadagnavano da
vivere producendo fotografie.
In Italia il fotografo Alessandro Pavia di Genova va
alla ricerca di tutti i "Mille" partecipanti alla spedizione
in Sicilia del 1860 e, completato un album, ne fa dono al Generale
Garibaldi, offrendo poi anche ai soggetti fotografati la possibilitá di
acquistare la loro "carte de visite" o l’album completo a
prezzi modici.
Siamo giá entrati nel collezionismo: celebritá
pubbliche tra le piú disparate, famiglie reali, ballerine, cantanti d’opera,
artisti di teatro, opere d’arte e fenomeni da baraccone vengono
fotografati e le loro immagini proposte e vendute anche per
corrispondenza.
Grazie al risultato di accurate campagne commerciali
lo studio londinese Marion & Company vendette settantamila cartes
del principe consorte la settimana successiva alla sua morte avvenuta
nel 1861, mentre nell’impero austro-ungarico la foto dell’imperatrice
Elisabetta, l’amata "Sisi", collezionista lei stessa di
cartes de visite di graziose figure femminili, era di gran lunga la piú
richiesta.
Le immagini dei reali erano comunque le preferite sia
per le collezioni o raccolte e frammiste ad immagini dei parenti negli
album di famiglia.
Queste fotografie ci tramandano una iconografia che
si é andata via via perdendo soprattutto per quanto riguarda i
personaggi minori e, da continue verifiche, confronti e scambio di
informazioni tra collezionisti di cartes de visite, oggi, si cerca di
identificare e conservare queste icone sbiadite nel tempo.
Molti personaggi militari fotografati tra il 1859 ed
il 1870 vengono identificati grazie alle divise, ai gradi, alle medaglie
ed onorificenze sfoggiate, corrispondenti a quelle citate e riscontrate
nei ruolini e negli annuari militari risorgimentali mentre, per i nobili
per le personalità e per gli artisti meno noti a volte occorre
ritrovare almeno una copia con una scritta o una dedica sul retro per
riacquisirne l’immagine.
É proprio negli anni ’60-’70 che le cartes de
visite mantengono il loro significato iconografico-collezionistico
poiché successivamente esprimono un utilizzo piú pratico e prettamente
fotografico.
Già nei primi anni settanta vengono affiancate e
commercialmente compresse dal formato 11x16 denominato gabinetto, più
leggibile e di maggior effetto perchè raccoglie in se la dimensione
della lastra intera e la composizione dell’immagine sviluppata negli
anni della carte de visite.
Entrambi questi formati si perpetueranno fino al
primo decennio del 1900 per cedere infine il posto ai formati cartolina
9x13 e 10x15.
Già verso la seconda metà degli anni sessanta la
richiesta di cartes de visite incomincia a flettere e Disdèri, tipico
arricchito, dopo aver speso tanto denaro con la stessa rapidità con la
quale lo guadagnava, dissipata la sua fortuna dovette vendere il suo
lussuoso appartamento parigino, le case di campagna, le scuderie ed i
cavalli ed infine nel 1877 anche la ditta, nome compreso.
Trasferitosi nel 1879 sulla Costa Azzurra in un
piccolo negozio-laboratorio sulla Promenade des Anglais questo
personaggio che aveva toccato i vertici del successo si ridusse a fare
per un decennio il fotografo da spiaggia proponendosi come ritrattista
ai turisti che secondo la nuova moda della villeggiatura di fine secolo
giungevano a Nizza.
All’inizio del 1889, settantenne, ritornò a Parigi
povero in canna, sordo e quasi cieco morì poco dopo in un ospizio.
Con lui morirà anche la carte de visite, o per lo
meno quel codice sociale che stava a significare in origine perché l’utilizzo
che ne viene fatto successivamente è prettamente identificativo ed
ancora oggi abbiamo un piccolo formato per foto di identità ripreso da
camere ad obiettivi multipli.
Nelle collezioni odierne di queste fotografie
ottocentesche viene posta molta attenzione ai sistemi di archiviazione,
perché devono essere conservate in luoghi con basso tasso di umiditá,
contenute in materiali inerti, in assenza di luce e di calore troppo
elevato.
Queste attenzioni unite a tanta passione sono
indispensabili per poter tramandare questo tipo di collezione dove,
forse, si vuole rendere perpetuo il rapporto tra l’uomo e l’immagine
come se, la conservazione dell’immagine stessa, fosse una
irrefrenabile ricerca dell’immortalitá, non del tutto disperata e
perdente se ad oltre un secolo dalla loro invenzione, siamo ancora qui a
parlare delle cartes de visite.
Gianluigi Parpani
OPERE CONSULTATE:
Bibliografia essenziale:
Elisabeth Anne McCauley, A.A.E. Disderi and
the Cartes-de-visite Portrait Photograph, Yale Unversity Press 1985.
Sylvie Aubenas, Le petit monde de Disderi,
in Etudes Photographiques N° 3 nov. 1997, Société Francaise de
photographie
Helmut Gernshiem, Storia della fotografia
"1850-1880 l’età del collodio – Il periodo della
carte-de-visite", Electa Milano 1981.
Bibliografia generale:
Piero Becchetti, Fotografi e fotografie in
Italia 1839-1880, Ediz. Quasar Roma 1978.
Claudia Cassio, Fotografi e ritrattisti nel
Piemonte dell‘800, Musumeci Editore Aosta 1980.
Italo Zannier, Segni di luce: alle origini
della fotografia in Italia, Longo Editore, Ravenna 1991.
Wladimiro Settimelli, Storia avventurosa
della fotografia, Editoriale Effe, Roma 1969.
Antonio Gilardi, Storia sociale della
fotografia, Feltrinelli Editore. Milano 1976.
Michel Frizot (sous la direction de), Nouvelle
Histoire de la Photographie, Bodras S.A. Paris, 1994.
Elisabeth Anne McCauley, Industrial Madness:
Commercial Photography in Paris 1848-1871, Yale University Press,
1994.
Romano Rosati, Camera Oscura, fotografi e
fotografia a Parma1839-1929, Artegrafica Silva Parma 1990.
Lamberto Vitali, Il Risorgimento nella
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Marina Miraglia, Culture fotografiche e
società a Torino 1839-1911, Umberto Alemanni &C. Torino 1990.
Catalogo della Mostra al Musée d’Orsay
7juin-11septembre 1994, Nadar, Les années créatrices,
1854-1860, Editions Reunion des musées nationaux, Paris 1994.
Catalogue de l’ éxposition, Olimpe Aguado
photographe 1827-1894, Musée de Strasbourg 18 octobre 1997-4 janvier
1998.
Fotografia Italiana dell’Ottocento, Edizioni
Alinari / Electa , Milano 1979.
Identités- de Disdéri au Photomaton, catalogo
della mostra tenutasi al Centre National de Photographie , Paris
1985-86, Ministère de la culture.